Tag: comunicazione strategica

Come trattare gli altri e farseli amici

Se insegnate qualcosa a qualcuno, non l’imparerà mai. L’apprendimento è un processo attivo. Solo facendo si impara.

La gente non accetta critiche sul proprio modo di comportarsi, per quanto sbagliato possa essere. Trattando con la gente, ricordiamoci che abbiamo a che fare con creature governate non dalla logica, ma dalle passioni!

Queste premesse strategiche ci vengono fornite da D. CARNEGIE, che continua a “dispensare” consigli pratici quando occorre interagire intelligentemente con gli altri. Egli, infatti, suggerisce ancora:

Interessatevi sinceramente alle persone, Sorridete, Ricordatevi che per una persona, il suo nome è il suono più importante, Siate buoni ascoltatori, Parlate di quello che interessa agli altri, Date importanza all’altro, Non dire mai “lei ha torto”, Mostrarvi amichevoli, Vedete le cose dal punto di vista altri, Siate comprensivi, Parlate dei vostri errori prima di parlare di quelli altrui, Date agli altri l’impressione che siano stati loro ad avere l’idea giusta e poi … Il modo migliore per avere la meglio in una discussione consiste nell’evitarla.

Che cosa significa Assertività

L’assertività è la capacità di esprimere le proprie opinioni, i propri pensieri, i sentimenti, senza porsi sulla difensiva, in modo chiaro e aperto. Assertività è la capacità anche di avanzare richieste e di rifiutare, di contro, ciò che riteniamo inaccettabile.

Solitamente, dietro il fatto di essere poco assertivi, vi è il timore di un rifiuto, ovvero il NO …

L’assertività è un’abilità che concerne i rapporti interpersonali quindi,  ma può essere implementata con la pratica. Come vera e propria skill è collegata anche alle abilità persuasive, ma sopratutto alla capacità di osservazione e di ascolto.

Ascoltare è un’attività consapevole, differente dal sentire. Per ascoltare qualcuno o qualcosa occorre decidere di farlo. È l’abilità fondamentale da esercitare in qualsiasi contesto comunicativo ed è la più strategica. In pochi però sanno che, oltre ad essere direttamente connessa con l’assertività, comprende:

1.Orientamento all’ascolto

2. Capacità di concentrazione

3. Orientamento al feedback

4. Empatia

5. Capacità di programmare la comunicazione

7 punti per una Comunicazione Efficace

Comunicare è un processo complesso e articolato. Non sempre è facile intendersi con gli altri o banalmente, andare d’accordo, neanche quando conosciamo la persona o supponiamo di conoscerla! Comunicare è arte difficile e per essere efficaci occorre considerare una serie di fattori e dinamiche non solo razionali, ma anche e soprattutto inconsce. Non è un caso che, ad esempio, almeno il 90% dell’efficacia comunicativa “risieda” nel Non Verbale (mimica, pantomimica, prossemica, cinesica, cronemica).


Per essere efficaci e anche persuasivi occorre tener conto di alcuni punti fondamentali. Tali punti rappresentano una vera “scaletta” operativa e diventano, dunque, fondamentali durante un qualsiasi processo comunicativo.

1. L’attenzione: per comunicare efficacemente occorre essere, banalmente, attenti. Mi riferisco però, soprattutto, ad un’attenzione orientata, un’attenzione verso l’altro. Purtroppo siamo sbadati o poniamo poca attenzione durante la comunicazione e perdiamo parte delle informazioni, inoltre, risulteremo all’altro distratti o disinteressati. Quando parliamo con qualcuno, dobbiamo assumere una formamentis specifica: “sto parlando con la persona più importante della mia vita in questo momento”. Solo in questo modo, presteremo la giusta attenzione!

2. Ascolto attivo: stiamo impegnati, spesso, ad ascoltare noi stessi o pensiamo a programmare ciò che diremo, senza ascoltare effettivamente ciò che comunica l’altro è soprattutto come lo comunica. Occorre, in realtà, “sentire” l’altro, attraverso una predisposizione alla comprensione empatica. Per chi avesse difficoltà nell’ ascolto, consiglio un po’ di “ecolalia”, ovvero ripetizione mentale delle parole dell’altro. L’ascolto attivo è legato all’attenzione, alla capacità di programmare la comunicazione, all’empatia.


3. Assertività: capacità di comunicare concetti e stati d’animo senza remore o timori, ovviamente senza ledere l’altro. Significa esprimere ciò che pensiamo o proviamo quindi in una data situazione o momento. Sembra strano, ma occorre esercitarsi, poiché per svariate ragioni, ansie o timori, non sempre “diciamo la nostra”!

4. CNV: occorre essere competenti in ambito comunicazione non verbale e linguaggio del corpo. Il tono di voce, lo sguardo, la postura, la gestione delle distanze e dello spazio sono solo macroaree della CNV. Consiglio a tutti di perfezionare tale repertorio universale e di approfondire anche le espressioni emotive del viso. La verità, in fondo, passa sempre dal corpo!

5. PNL: programmazione neuro linguistica. È una specifica branca della comunicazione che contiene concetti e tecniche utili e strategiche. Può essere considerata anche una vera formamentis, un modo di lettura del mondo circostante. Per chi volesse approfondire, esistono tanti corsi ormai in giro …

6. Simbolismo: quando comunichiamo, oltre a gesticolare, esponiamo inconsciamente anche dei simboli. Sono simboli molto potenti e non è un caso che vengono usati anche nell’ipnosi dinamica. Attraverso l’uso e la gestione dei simboli, possiamo risultare più “attraenti” durante la conversazione o, al contrario, meno incisivi e più conflittuali. Solitamente, si parla di simbolismo Asta, Cerchio, Triangolo. Tale ambito merita un approfondimento specifico!


7. Persuasione: per essere persuasivi non basta essere motivati, ovvero mossi da uno scopo, da un obiettivo. La persuasione è un’arte raffinata che non deve “risultare”manipolazione. In realtà, la differenza, a mio avviso, è nell’etica della persona! Esistono diversi principi sul processo persuasivo, che se esercitati con armonia, risultano davvero decisivi nella comunicazione. Reciprocità, simpatia, riprova sociale, autorità, coerenza, scarsità sono i principi della persuasione. Consiglio un approfondimento con le opere di Cialdini.

Le armi della persuasione

Esistono delle armi persuasive? Quanto siamo influenzabili?
Se vogliamo rendere più cordiale con noi una persona, sarebbe sufficiente metterle in mano una bevanda calda! Se vogliamo che i nostri dipendenti si impegnino di più, sarebbe utile mettere una foto di un podista che taglia il traguardo e se vogliamo che valutino seriamente una nostra proposta, mostriamo loro la foto del Pensatore di Rodin!

Per quanto vi possa sembrare strano, siamo facilmente influenzabili e la nostra cara razionalità, in realtà, conta ben poco …
Diversi anni fa, un ricercatore universitario inviò dei bigliettini di auguri a sconosciuti durante il periodo natalizio. Per quanto si potesse aspettare un minimo di risposte, scoprì, con sua sorpresa, che la maggioranza di queste persone contraccambiò gli auguri!
Intorno agli anni ’90, l’Etiopia, forse tra i Paesi più poveri al mondo, inviò sorprendentemente aiuti al Messico che aveva vissuto un tragico terremoto. Molti altri Stati si meravigliarono, compresi personaggi politici, ma ben pochi si ricordarono che il Messico aveva aiutato l’Etiopia nel 1935 dopo l’invasione dell’Italia.
Questi primi esempi, ci espongono chiaramente il concetto della “reciprocità”, ovvero, che solitamente, ci sentiamo di contraccambiare l’altro. Tale principio della persuasione, ben conosciuto nella comunicazione pubblicitaria, nel commercio in generale e nella politica, è così radicato che già a due anni influenza il nostro comportamento. Ricevere cose ci fa sentire in debito è non è un caso che in molte lingue sia diventato sinonimo di “grazie” (obbligato). Non c’è società umana che oggi non condivida questa regola!


La persuasione aumenta se il nostro “regalo” è significativo, inatteso e personalizzato. Abu Jandal, ex capo delle guardie del corpo di Bin Laden, cedette completamente agli interrogatori, quando ricevette dei biscotti per diabetici: un chiaro esempio di dono o favore inatteso, significativo e personalizzato.
Un’altra arma persuasiva è la “simpatia”. Se viene associata con l’abilità di sottolineare le somiglianze e fare complimenti, si creano le migliori condizioni per far dire di si! Camerieri istruiti nell’imitare lo stile verbale dei clienti ricevono mance doppie; commessi che adottano posture simili a quelle della clientela, aumentano le vendite e negoziatori che adeguano il loro stile linguistico a quello della controparte, ottengono esiti più favorevoli.

Le persone, di norma, ritengono adeguato credere, sentire o fare qualcosa nella misura in cui altri lo credono, lo sentono o lo fanno! Se sappiamo che molte altre persone, simili a noi, rispondono in un certo modo, quella risposta ci sembra più valida e quindi più giusta. Questo principio, detto “riprova sociale”, è un altro pilastro della persuasione e ci dice, di fatto, che il nostro comportamento può uniformarsi a quello della massa.
Avete mai notato un vasetto di monetine vuoto al bar? Probabilmente no. Vedere monetine mentre prendiamo un caffè, ci spingerà a capire che è consuetudine in quel posto, lasciare gli spiccioli!


La persuasione aumenta se il comunicatore è autorevole o persona “esperta” ma chiaramente, devono trapelare anche caratteristiche di affidabilità e onestà. Legate al fattore autorità, si intrecciano anche l’aspetto e la bellezza, sebbene tenderemo a negarne gli effetti!
Come persone, vogliamo avere di più proprio quello di cui c’è meno! L’avversione all’idea di perdere qualcosa che vale è tipicità umana, inoltre, la scarsità di un bene ne aumenta anche il valore apparente. Le varie offerte commerciali, le promozioni, rispondono a tale principio di “scarsità”.

Infine, desiderano ardentemente la “coerenza”. Il marketing e il commercio conoscono bene anche tale principio. Ci piace essere coerenti, quasi sempre, con i nostri impegni, dichiarazioni fatte, posizioni prese.
Siamo influenzabili? Direi proprio di si! In fondo, siamo profondamente delle creature mosse dalle passioni e la supposta razionalità, di cui tanto parliamo, viene spesso violata.

Indicatori di menzogna vs verità durante una conversazione telefonica di emergenza e soccorso.

Indicatori di menzogna vs verità durante una conversazione telefonica di emergenza e soccorso.

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La credibilità è sempre una proprietà intrinseca di una persona?
La credibilità è qualcosa che deve, necessariamente, essere riconosciuta dagli altri. Ne deriva che essa è qualcosa di soggettivo e dipende anche da meccanismi della nostra mente in termini di ricordi, emozioni, esperienze, logiche. La credibilità, di fatto, ha radici specifiche e articolate: radice cognitiva etico-normativa affettiva.
Il problema della credibilità si pone, soprattutto, quando le relazioni sono caratterizzate da livelli crescenti di estraneità. In tal senso, entra in gioco il concetto di fiducia. “La fiducia non nasce da un pericolo intrinseco ma dal rischio … ciò che determina il rischio è un calcolo puramente interiore” (Luhman).
Parallelamente, i vari gradi della fiducia possono essere rappresentati, agli antipodi, da “sospetto” e “credulità”.
Tale trattazione, pregna di ulteriori riflessioni, si colloca in modo strategico a contesti di emergenza, ovvero quando occorre conoscere in un tempo ridotto, se la persona che comunica, magari tramite telefono, è credibile o meno. Si pensi, infatti, al lavoro presso centrali operative del 118, 113 o di altri servizi di aiuto e soccorso.
Tali riflessioni trovano anche origine dai lavori della 1^ Conferenza di Psicologia Criminale, organizzata a Roma, in novembre 2015, dal Forensics Group e dal progetto europeo “One minute may save a life”.
Alcuni studi pioneristici evidenziano come l’organizzazione del contenuto di una frase può essere indicativo di innocenza o colpevolezza. La stessa FBI, in base a casi in cui il chiamante stesso era l’omicida o comunque implicato in un reato, ha elaborato una check list di indicatori linguistici, che vedremo analiticamente in tale trattazione.
Mentire però, non è cosa agevole e richiede un “impegno” cognitivo, emotivo e comportamentale non indifferente. Se, apparentemente, sarebbe più semplice scoprire una menzogna durante una conversazione face to face (in realtà senza tecniche e conoscenze, la probabilità è pari al 50%!), durante una conversazione telefonica, la cosa si complica alquanto.

In generale, occorre, sin da subito focalizzare l’attenzione sulla richiesta di aiuto. Esiste una richiesta di aiuto, soccorso? Tale richiesta viene prima o dopo la spiegazione di un problema? La richiesta è specifica o vaga? Quindi, i primi indicatori importanti sono:

1. Presenza di una richiesta di aiuto, soccorso.
2. Oggetto della richiesta.
3. Presenza del luogo.
4. Immediatezza della chiamata.
5. Ordine degli elementi verbali.

La mente ha la “tendenza” a riordinare gli elementi in termini di importanza. Infatti, nelle telefonate d’emergenza, occorre sempre verificare se la richiesta di aiuto è all’inizio della telefonata, oppure alla fine. In quest’ultimo caso, infatti, sarebbe opportuno sospettate, poiché il soggetto, probabilmente sta cercando di dilazionare il tempo.

6. Modulazione della voce
La voce, solitamente, non è monocorde, soprattutto in situazioni di richiesta di soccorso o aiuto. Ci si aspetta, quindi, una modulazione, specie se oggetto della conversazione telefonica è qualcosa inerente il pericolo o un rischio in generale.

7. Chiamante che parla prima della risposta
Prima che il dispacher parli, c’è, solitamente, una pausa di 1 secondo circa. Se siamo in una situazione d’emergenza, parleremo prima dello stesso operatore.

8. Autocorrezioni
Chi è colpevole, o risulta in qualche modo responsabile di un incidente o reato ed effettua la chiamata d’emergenza, ha pianificato cosa dire. Raramente si autocorreggerà. L’autocorrezione è, infatti, presente negli innocenti.

9. Informazioni estranee
Il presunto colpevole utilizza informazioni aggiuntive che non sono strettamente connesse con l’emergenza.

10. Cortesia inappropriata
L’eccesso di gentilezza e la cortesia, durante una chiamata di emergenza non sono tipiche, soprattutto in casi di omicidio o reati gravi. Il chiamante innocente, inoltre, non rispetta i turni della conversazione.

11.12 Accettazione della morte. Accettazione della morte di un parente o persona cara.
La morte crea svariati e naturali conflitti di accettazione. Di norma, se la vittima è un parente stretto o persona cara, il termine morte non compare durante la conversazione telefonica.

13. Possessione del problema
La vittima viene resa oggetto. Si identifica con la frase “… ho un …”. Potrebbe indicare colpevolezza o tentativo di manipolazione della realtà.

14. Insultare o incolpare la vittima.
È abbastanza inusuale che il chiamante insulti o incolpi la vittima.

15. 16 Minimizzare usando i termini “solo”, “appena”
La persona tende a discostarsi senza che di fatto nessuno gli abbia imputato una colpa.

17. The “huh factor”.
Le non risposte a domande specifiche del dispacher, sono dovute al fatto che il chiamante non ha in memoria il dato in questione. Inventarlo sul momento, richiede di norma uno sforzo eccessivo … huh …

18. Ripetizione
Nelle richieste di soccorso veritiere, il chiamante usa spesso delle ripetizioni. (… mio dio, mio dio …)

19. Resistenza a rispondere
Il chiamante non fornisce risposte alle domande del dispacher o comunque devia la risposta.

20. Fatti conflittuali
Il chiamante fornisce dati e informazioni poco coerenti o che non collimano. Il soggetto si contraddice.

Dove Mirco Turco

Schematizzando, possiamo parlare di 5 misure da considerare in caso di conversazione telefonica d’emergenza:
1. Misure di immediatezza: richiesta d’aiuto, luogo, immediatezza richiesta, modulazione voce, chiamante parla prima del dispacher.
2. Misure distanzianti: insultare, incolpare, a detrazione della morte, possessione del problema, cortesia inappropriata, minimizzare.
3. Misure di accuratezza: autocorrezioni.
4. Misure di estraneità: informazioni estranee, non rilevanti.
5. Misure di evasione: resistenza a rispondere, “huh factor”, fatti e dati conflittuali.

Grande rilevanza durante le conversazioni telefoniche, risultano essere anche altre “barriere verbali”, ovvero parole che non forniscono un reale significato: es. Intercalari, riempitivi, non parole, digressioni, …
Oltre a tale contributo rilevante in materia di comunicazione, si potrebbero, nel prossimo futuro, approfondire congiuntamente anche altre tecniche di psicolinguistica forense, come ad esempio la SCAN, scientific content analysis e la procedura CBCA, criteria based content analysis, utilizzate molto in ambito testimonianza.
Nel racconto di fatti che non si sono mai verificati, mancherebbero poi dati sensoriali; di contro, nei fatti reali, si riprodurrebbero conversazioni e interazioni, nonché descrizioni di stati mentali ed emotivi altrui.
Il filone di studi sulla menzogna in generale, così come sulla dissimulazione e alterazione della realtà è sicuramente affascinante in ambito comunicazione strategica, così come nel settore delle emergenze, clinico e forense.

Fonti bibliografiche principali:
Crime Analyst, Aspetti psicocriminologici e investigativi. Mirco Turco, Giuseppe Lodeserto, Maria Rosaria Bruscella. Primiceri editore, 2016.

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