Categoria: <span>Sicurezza</span>

Criminal Meet

 

Nasce un nuovo progetto!

Raccogliere idee e trasformarle in qualcosa di utile, pragmatico e “sano” è stato sempre un mio obiettivo. Oggi, ho deciso di lanciare CRIMINAL MEET, ovvero una “collana” editoriale, facilmente fruibile ed accessibile tramite KINDLE (tra l’altro GRATIS per gli abbonati) con tematiche specifiche legate alla CRIMINOLOGIA, ALL’INVESTIGAZIONE E ALLA SICUREZZA. Ogni uscita sarà tematica ed avrà, in copertina, la stessa grafica – brand- con un “gatto nero” (in realtà non mi piacciono i gatti!).

Già pronto il 1° volume su CRIME SCENE INVESTIGATION & BLOODSTAIN PATTERN ANALYSIS.

 

 

 

 

 

 

Psychology & Survival

La chiave per ogni situazione di sopravvivenza è l’attitudine mentale dell’individuo!

Molti manuali di sopravvivenza militare fanno riferimento alle capacità mentali dell’individuo che si trova in particolari situazioni disagiate o ambienti ostili. D’altra parte, questo spiega perché persone addestrate che non fanno leva sulle proprie attitudini mentali, hanno meno successo rispetto a individui, che pur non avendo un addestramento specifico alla sopravvivenza, mettono in campo tale fattore.

Lo chiameremo, pertanto, SSE, Survival Self-Efficacy, la convinzione di essere efficaci in un determinato ambiente sconosciuto o ostile al fine della sopravvivenza.

La psicologia della sopravvivenza cerca di evidenziare come i diversi fattori di stress in una determinata situazione ad alto rischio incidono sulle capacità mentali dell’individuo.

Analogamente, si occupa di specificare come alcune strategie mentali particolari in situazioni ostili, possono essere determinanti al fine della sopravvivenza.

Lo stress, come specificato anche in altre trattazioni, non va considerato una malattia. E’ un naturale adattamento a situazioni nuove. E’ al contempo, un’esperienza psichica, emozionale, fisiologica in risposta alle diverse tensioni della vita.

Lo stress, di fatto, per alcuni livelli, è necessario (eustress) poiché fa funzionare meglio i meccanismi mentali e comportamentali dell’individuo. Attenzione, concentrazione, orientamento, memoria, apprendimento, funzionano meglio quando sperimentiamo un livello di stress. Superata la fatidica soglia dello stress (soglia soggettiva) però, qualsiasi tipo di performance subisce un decremento e mentalmente, cominciamo a vivere sensazioni e ad avere comportamenti “alterati” che, progressivamente, possono farci sperimentare stati di panico, angoscia, …

Livelli elevati di stress, in generale, producono:

  • Difficoltà nel prendere decisioni.
  • Scoppi d’ira e maggiore irascibilità.
  • Dimenticanze e sbadataggini.
  • Livello d’energia basso e riduzione arousal.
  • Continue preoccupazioni e pensiero negativo.
  • Inclinazione a sbagliare con maggiore percentuale di errori e disattenzione.
  • Pensieri autolesionisti (es. pensare con maggiore frequenza alla morte o al suicidio).
  • Atteggiamento aggressivo con altri individui.
  • Isolarsi dagli altri e tendenze autistiche.
  • Nascondersi dalle responsabilità e assunzione di comportamento passivo.
  • ….

Si parla di tolleranza allo stress o alla frustrazione e di addestramento sotto stress. Le nostre reazioni, infatti, o i nostri meccanismi difensivi devono (dovrebbero) essere maturi e congrui anche in situazioni ostili.

I fattori di stress nella sopravvivenza.

Una reazione che ci accomuna agli altri esseri animali è quella “attacco o fuga”, ovvero, quando percepiamo un pericolo o un fattore stressante, il nostro cervello si attiva per difendersi da esso. Di conseguenza, il nostro organismo, si prepara per lottare e fuggire. Il corpo rilascia una maggiore quantità di zuccheri e grassi per garantirci una maggiore spinta energetica; il respiro aumenta per l’aumento della richiesta di ossigeno nel sangue; la tensione muscolare aumenta per entrare in azione prontamente; aumenta la coagulazione del sangue per ridurre il sanguinamento delle ferite; le pupille si dilatano e l’udito si attiva meglio; si possono avere anche fenomeni di sinestesia particolari (es. gli odori prendono forma); mentre il ritmo cardiaco e la pressione sanguigna aumentano per portare maggiore quantità di sangue ai muscoli.

In questo modo diventiamo progressivamente più consapevoli dell’ambiente circostante e quindi anche più reattivi.

Come già visto in precedenza, però, non possiamo rimanere in tale fase di allarme per troppo tempo.

In situazioni ostili, gli stress si sommano e si moltiplicano mentre, al contempo, la nostra resistenza decresce e possiamo arrivare all’esasperazione e all’esaurimento. La fase successiva è l’angoscia che mista al panico porteranno l’individuo in una situazione di imminente pericolo di vita.

Anticipare lo stress o la situazione frustrante è un ottimo metodo per imparare a gestire situazioni ad alto rischio. Sembrerà banale, ma sapere cosa ci aspetta può ridurre il vissuto dello stress. Conoscere un territorio ostile, prima di addentrarsi, quindi, informarsi strategicamente, è altamente consigliato.

 

Lesioni, malattia, morte critical
Incertezza, Mancanza di controllo critical
Ambiente critical
Fame e sete critical
Fatica critical
Isolamento critical
  • In situazioni ostili e critiche, le lesioni (personali o di persone che sono con noi), eventuali malattie e la morte, sono da considerarsi reali e anche altamente probabili. Il fatto di non pensarci non è sufficiente per evitare che ciò possa accadere.
  • Tali situazioni possono, inoltre, impedirci di procurarci cibo, acqua ed altre risorse per difenderci e sopravvivere. Allo stress, sopraggiunge la paura e lo sconforto.
  • Il territorio ostile è poco conosciuto e gli aspetti di esso appaiono imprevedibili, con poche informazioni e certezze. Ciò può determinare una perdita di controllo o la percezione che non si possa avere il controllo della situazione.
  • In generale, l’ambiente fisico (clima, terreno, varietà animali e vegetazione) è potenzialmente stressante. Volgere lo stesso a proprio favore risulta di strategica rilevanza per la sopravvivenza, anche quando dobbiamo procurarci cibo e acqua. Non avere provviste, ad esempio, o non sapere come procurarsele, è una sicura fonte di stress.
  • Un altro fattore stressante è la stanchezza che sopraggiunge non solo per esaurimento delle energie fisiche, ma anche come conseguenza dello sconforto in cui possiamo trovarci a causa delle diverse condizioni avverse.
  • In condizioni ostili di sopravvivenza dobbiamo anche affrontare un altro aspetto: la solitudine. Contare solo sulle proprie risorse è un’attitudine mentale ma è anche un tratto personologico. La sopravvivenza è più semplice, a volte, proprio perché si ha qualcuno al proprio fianco, unito nel destino e nello scopo (interdipendenza).

 I meccanismi di sopravvivenza e le reazioni naturali.

 Situazioni di rischio, pericolo e in generale condizioni ostili possono, in modo abbastanza naturale, esporci a reazioni particolari che solo se conosciute e gestite possono essere volte a nostro favore. Sapere che un fenomeno, una reazione, una qualsiasi cosa esiste, riduce la percezione dello stress, il senso di disorientamento, la frustrazione.

La paura è una naturale reazione a situazioni pericolose o rischiose per la nostra vita e/o quella degli altri. La paura è un’emozione che può durare un certo lasso di tempo, ovvero, possiamo essere in uno stato di paura anche se cessa lo stimolo pauroso. L’intensità della paura è variabile (da lieve apprensione al terrore), inoltre, può essere vissuta anche in commistione ad altre emozioni.

La paura può essere sperimentata anche in base a situazioni non reali e dunque immaginate o anticipate.

E’ positiva quando ci spinge ad essere cauti nel prendere decisioni azzardate, destinate cioè al fallimento. Provare paura, in determinate situazioni, è provvidenziale.

In altre occasioni, però, la paura può diventare invalidante e inibire ogni attività utile alla sopravvivenza. Per tali ragioni, occorre esplorare e conoscere le nostre paure e implementare progressivamente il senso di fiducia e di fronteggiamento. Tale processo è però graduale e richiede tempo e azioni sistematiche.

In situazioni ostili è naturale anche provare un certo stato di ansia. L’ansia è uno stato di agitazione psicomotoria che se ben canalizzata, ci spinge a raggiungere il nostro obiettivo ma se gestita male può complicare la sopravvivenza. L’ansia deriva, pertanto, soprattutto da un’anticipazione mentale delle conseguenze di alcune azioni e situazioni. Pensare ripetutamente alle lesioni che possiamo procurarci prima di fare una determinata azione, determina una reazione d’ansia che può inficiare sulla nostra performance.

L’allenamento e l’addestramento strutturato, anche nell’esecuzione di alcuni compiti e operazioni riduce, in modo sistematico, l’ansia.

Quando, invece, sperimentiamo una situazione di ansia persistente, cominciamo parallelamente a sperimentare confusione, senso di svuotamento mentale, difficoltà di pensiero e ragionamento.

Rabbia e frustrazione possono, invece, sopraggiungere quando non raggiungiamo in un certo lasso di tempo l’obiettivo prefissato. La differenza e la distonia tra quello che voglio e quello che sto ottenendo può determinare la frustrazione e di conseguenza, un meccanismo vorticoso di pensiero negativo di non farcela.

Livelli elevati di frustrazione possono, inoltre, attivare la rabbia che complica ancor di più la nostra situazione di sopravvivenza.

Subire danni all’attrezzatura, vivere un clima sfavorevole, muoversi in un terreno inospitale, essere in una zona con numerosi nemici o predatori, sono tutti elementi che possono aumentare la frustrazione vissuta.

Tali condizioni sfavorevoli, specie se la persona non è sufficientemente addestrata e non utilizza bene il classico fattore mentale, spingono verso comportamenti irrazionali e impulsivi, decisioni errate e incontrollate. La frustrazione e la rabbia, infine, consumano le nostre energie che, invece, dovrebbero essere impiegate diversamente e produttivamente.

Occorre considerare le reazioni alla frustrazione e distinguere, di conseguenza, quelle adeguate da quelle inadeguate in situazioni di sopravvivenza in territorio ostile.Certificare il Fattore Umano Mirco Turco

  • Reazioni adeguate: intensificazione dello sforzo, riorganizzazione dei dati; sostituzione dei fini.
  • Reazioni inadeguate: rabbia, chiusura autistica, regressione.

Una situazione protratta di frustrazione potrebbe farci sperimentare uno stato depressivo. Finché conserviamo una certa dose di aggressività costruttiva (voglia e desiderio di sopravvivere) siamo immuni dalla depressione. Quando però sopraggiunge la sconfitta, in primis mentale, possiamo cadere in un profondo stato depressivo.

La persona comincia a mutare tipologia e contenuto di dialogo interno (parlare con se stessi). Sopraggiungono frasi del tipo “non posso fare nulla … ormai è finita …”. La speranza cede e con essa intervengono profonda tristezza e senso di sfinimento.

In condizioni depressive è molto difficile ritrovare una motivazione per continuare ad andare avanti e non abbandonare la speranza di sopravvivere.

Proprio in tali momenti occorre riagganciarci ad una qualsiasi ancora emotiva, spinta motivazionale, che non ci lasci sprofondare nella depressione.

 In situazioni rischiose e in zone ostili la probabilità di rimanere soli è alta. Fare i conti con la solitudine è obbligatorio, soprattutto perché per l’essere umano è difficile pensare a situazioni di solitudine assoluta protratta, anche in virtù della natura apparentemente sociale dell’essere umano.

In situazioni di solitudine occorre considerare che possono emergere anche aspetti positivi del nostro carattere, anche risolutivi. La solitudine non è quindi da considerare necessariamente fattore con accezione negativa.

Se però la persona si lascia sopraffare dal vuoto della solitudine e da un senso di scarsa autoefficacia, la performance viene inficiata e si ha un progressivo aggravamento dello stato emotivo e cognitivo del soggetto stesso.

In fase di addestramento va considerato che non tutti possiedono in modo innato tale abilità di “camminare da soli”.

 

 

Tratta da: Mirco Turco (2014). PSSS, Psychology, Security, Self Defense, Survival. Gruppo Ed. L’Espresso.

Il volto e il Sistema FACS

Il volto è la maggiore fonte di informazione. “Esso è direttamente collegato a quelle zone del cervello che intervengono nelle emozioni … Quando nasce un’emozione, i muscoli facciali si attivano in maniera automatica. È solo per abitudine o per scelta volontaria che impariamo a impedire queste espressioni, creando un modo più o meno efficace di nasconderle. L’espressione iniziale che si affaccia in concomitanza con l’emozione non è scelta deliberatamente, a meno che sia falsa. La mimica facciale è un sistema duplice, volontario e involontario, capace di mentire e di dire la verità, spesso contemporaneamente. È per questo che le espressioni del volto possono essere così complesse, ambigue e affascinanti” (Ekman P., 1989, pag. 64).

Il volto può mostrare, oltre all’emozione che si sta provando in uno specifico momento, anche la intensità o eventuale mescolanza e commistione con altre emozioni. Se le espressioni emotive sul volto possono essere palesi, almeno quelle principali, più difficoltà incontriamo per codificare e decodificare le microespressioni. Una microespressione, infatti, “passa sul viso” in meno di un quarto di secondo.

Al pari, degne di nota sono le espressioni soffocate: non appena un’espressione emerge sul viso, il soggetto sembra accorgersi di quello che rischia di manifestare e l’interrompe bruscamente. Se non si può ordinare a un muscolo un’espressione fittizia, allora sarà difficile anche inviargli un messaggio di “stop” per bloccarlo quando un’emozione autentica lo mette in azione. La fronte è la sede principale dei movimenti muscolari più difficili da falsificare. Inoltre, il sorriso è la copertura o maschera più comune.

Gli Occhi sono un altro elemento oggetto e soggetto di osservazione. Possono palesare attenzione, serenità, sorpresa, ecc. Esistono alcuni cambiamenti prodotti dai muscoli che circondano il globo oculare e che andrebbero osservati criticamente. Questi muscoli modificano la forma delle palpebre, la quantità di iride e di bianco visibile, l’impressone generale della zona occhi. Inoltre, è relativamente facile muoverli o inibirli.

Grande attenzione andrebbe data, inoltre, alla direzione dello sguardo ma occorre intelligente cautela nel considerare il cambiamento di direzione come indicatore di verità o menzogna.

L’ammiccamento può essere eseguito volontariamente, spesso, quando la situazione è tesa, ma è anche una risposta involontaria.

Le pupille si dilatano con l’emozione (non esistono vie nervose volontarie che permettono di riprodurre tale variazione, così come pallore, sudorazione, …). Anche la luminosità incide, ovviamente, sulla dilatazione pupillare.

Possono essere considerati indicatori di inganno: l’asimmetria, la scelta di tempo, la collocazione nella conversazione.

Nell’asimmetria le stesse azioni compaiono nelle due metà del viso, ma sono più intense in una che nell’altra. Non vanno confuse con le espressioni unilaterali.

Nella mimica volontaria/involontaria, infatti, entrano in gioco circuiti nervosi differenti. Gli emisferi cerebrali dirigono i movimenti volontari del viso, non quelli involontari che sono generati dai centri inferiori, più primitivi del cervello.

Se molte espressioni del viso sono asimmetriche è probabile che non siano sentite.

Le espressioni di lunga durata (>5’’) sono probabilmente false, a meno che non si tratti di esperienze limite (culmine estasi, rabbia furiosa, depressione, …).

La durata dell’espressione di pochi secondi indica, invece, autenticità. Ad esempio, se la sorpresa è autentica, tutti i tempi (attacco, stacco e durata totale) devono essere inferiori al secondo. Se la mimica dura più a lungo, si tratta di sorpresa finta.

Una determinata espressione emotiva deve essere coerente rispetto al flusso di un discorso, inoltre, espressioni del viso non sincrone sono probabili indizi di falso.

Il senso delle espressioni del viso si capisce bene da quanto riportato e dal filone di studi di Ekman[1].

“Le nostre esperienze ancestrali non ci hanno preparato ad essere astuti cacciatori di bugie. Coloro che hanno una migliore disposizione a cogliere le menzogne avrebbero avuto ben pochi vantaggi ai tempi dei nostri antenati, nei quali la promiscuità e la società chiusa e di piccole dimensioni conferivano alla menzogna dei costi sociali e personali molto alti. Nelle moderne società industrializzate le opportunità di ingannare sono tantissime e l’intimità è una facile conquista, perché ci sono molte porte chiuse. Quando un inganno viene rivelato, le conseguenze non sono poi così disastrose, visto che è sempre possibile cambiare città, lavoro, moglie: la nostra reputazione danneggiata non ci segue. Per questa ragione viviamo in un contesto che incoraggia la menzogna, dove è possibile nascondere l’evidenza e dove la necessità di sapersi difendere dagli inganni è molto alta. Tuttavia, non siamo stati preparati dalla nostra storia evolutiva ad essere sensibili agli indizi comportamentali che potrebbero rivelare una bugia.” [2]

Come esseri umani abbiamo quindi un naturale repertorio che può essere analizzato con una certa attenzione (Turco M., Lodeserto G., 2016).

Se la probabilità di distinguere la verità da una menzogna è pari a circa il 50%, la conoscenza di tecniche e metodi di analisi verbale e non verbale, aumenta di molto la nostra probabilità di “cogliere nel segno”.

Secondo Ekman osservatori addestrati a cogliere gli indizi presenti sul volto, sono in grado di individuare l’inganno con un 70% di accuratezza, che può arrivare fino al 100% se vengono tenuti in considerazione anche la gestualità e i movimenti del corpo. Tali conoscenze possono avere applicazione pratica ai fini delle investigazioni e quindi della Sicurezza? Secondo le ricerche disponibili sarebbe possibile capire anche se una persona è pericolosa o meno affidandosi alla sola osservazione. In America, ad esempio, il sistema Transportation Security Administration (TSA) è costituita da numerosi ufficiali addestrati a cogliere comportamenti sospetti o anomali tra i passeggeri. Questi esperti sono inclusi all’interno di un programma, chiamato Screening Passengers by Observation Technique (SPOT), in cui la metodologia impiegata per l’individuazione delle persone potenzialmente rischiose è l’osservazione.

Anche in Israele esistono persone altamente specializzate che si occupano di Sicurezza “solo” tramite lo strumento dell’osservazione, “inoltre, sarebbe fattibile un’analisi delle così dette “vitality forms”, che sono espressione dinamica del nostro “stato interno” (Teoria della Mente). Ogni componente del movimento, infatti, ha un suo tempo, una forza, una direzione, uno spazio. Osservando tali componenti, l’osservatore capirebbe lo stato mentale di chi compie l’azione”[3].

[1] Si legge in Ekman:“L’investigatore sa per certo che ha piazzato una bomba in una chiesa frequentata da neri, ma non sa in quale, e l’arrestato rifiuta di rispondere alle domande. Ma la sua microespressione di gioia quando sente il nome di una chiesa che il FBI sta per perquisire rivela che quello è un indirizzo sbagliato, mentre una microespressione di rabbia al nome di un’altra chiesa suggerisce che è lì che ha piazzato l’ordigno”.

Simile procedura è in uso in medio oriente per scoprire dove sono nascosti armi o ordigni esplosivi.

[2] Il Prof. Mark Frank dirige il Dipartimento universitario di Scienze comportamentali dell’Università di Buffalo (New York), è consulente di Scotland Yard e di molte altre unità investigative internazionali, oltre a far parte dell’Unità Comportamentale del FBI.

[3] Turco M., Lodeserto G. (2016). Visual Sentiment Analysis. Nuove prospettive per la Cybersecurity. In IISFA Memberbook, pag. 103 e segg. Forlì, 2016.

4 elementi chiave in un corso di difesa personale efficace

4 elementi chiave in un corso di difesa personale efficace.


Da diversi anni svolgo il ruolo di Tecnico di Difesa Personale e conosco prevalentemente il Krav Maga. Mi occupo, soprattutto, di Psicologia della Difesa Personale, di Percezione del Rischio e Sicurezza e ricopro anche il ruolo di Referente Nazionale di Psicologia Criminale per IKMI. Sono formatore Uisp con master in preparazione atletica negli sport di combattimento. È inutile sottolineare che la mia professione però è quella di psicologo ed esperto di criminologia. Da diversi anni, partecipo a giornate formative in Italia e in Europa nell’ambito della difesa personale ma i miei interventi sono volti soprattutto a sottolineare alcune cose che pochi vi diranno durante il vostro bel corso di self defence …

1. La strada non è un ring, né un tatami, né una gabbia.

Non ci sono dubbi che praticare un’arte marziale o un qualsiasi sport di combattimento faccia bene al corpo e alla mente, fortifichi l’autostima, rinforzi il carattere … ma la difesa personale è altra cosa. Quando vi allenate in palestra il vostro assetto cognitivo, emotivo e motivazionale funziona in modalità “green”, di non allerta. Lo stress che subite durante un allenamento è controllato, nonché specifico e prevedibile (quasi sempre). Cadere su un parquet o sul tatami non equivale a cadere per strada. In palestra, il vostro cervello e la vostra mente sono ben “allenate”: conoscete l’ambiente, l’ istruttore, gli altri allievi. Sapete bene quali sono gli spazi e o gli ostacoli. Conoscete bene, anche se non magari consapevolmente, le vie di fuga e se dovete scappare all’improvviso, avrete già una certa familiarità e facilità a dirigervi verso l’uscita dalla vostra palestra.

2. Il vostro avversario non è una persona familiare ma uno sconosciuto.

La familiarità è un’arma a doppio taglio. Il vostro allenamento si verifica, frequentemente, con persone conosciute, anche amici o comunque persone che hanno molto in comune con voi. Questo, vi aiuta senza dubbio nella socializzazione e fa risparmiare molte “energie” al cervello che, di fatto, non deve sempre preoccuparsi di fare la “scansione” della persona e stabilire in quale categoria assegnarla. O almeno, se lo fate la prima volta, poi, non lo farete più e vi fiderete delle vostre impressioni. Inoltre, apparentemente, non ci sarebbe neanche la necessità di mettere in dubbio tale categorizzazione. Per strada, funziona diversamente. L’aggressore è spesso una persona sconosciuta, con il suo repertorio di atteggiamenti e comportamenti. Avrà poi, un livello di motivazione nell’aggredirvi differente da quella del vostro amico di corso! La non familiarità crea un certo livello di stress che, ovviamente, si aggiunge agli altri fattori, complicando notevolmente la situazione. Inoltre, per strada, l’aggressore può essere un criminale, una persona in stato di alterazione mentale, un membro di una banda o un vero professionista, …

3. Lo stress fisico di un allenamento intenso non equivale ad uno stress psicofisico dovuto ad un’aggressione.

La psicofisiologia durante il nostro allenamento, se pur intenso, non è simile a quella che si attiva durante un’aggressione reale per strada. Il battito cardiaco, in situazioni reali di stress acuto, può subire un’impennata tale da procurarvi alterazioni psicofisiche che non conoscete o che non avete mai provato. Le vostre reazioni davanti allo stress acuto reale potrebbero esserci sconosciute. Inoltre, la componente “paura” è fondamentale. In palestra, potrete vivere sicuramente un certo timore, una certa apprensione ma la paura e le reazioni ad essa costituiscono un “pianeta” differente!

4. Il fatto che siate cintura nera di qualche arte marziale non significa che saprete difendervi in caso di aggressione da strada.

Purtroppo, molti corsi di difesa personale, sono “gestiti” da persone/istruttori che non hanno un minimo di cognizione di fisiologia, psicologia, prevenzione. Inoltre, paventano una simil onnipotenza, rinforzata dalla loro cintura nera o dal massimo livello conseguito. Per strada, non serve essere cintura nera, né tanto meno essere degli esaltati! Molte situazioni, purtroppo, sono sfociate in tragedia, anche quando i malviventi incontravano professionisti di arti marziali. Non esistono corsi per super eroi!

La difesa personale non è uno sport ma una forma mentis! Occorre avere un mindset centrato sui concetti di rischio e sicurezza. La difesa personale è soprattutto prevenzione. Questo significa che un corso che insegni a difendersi, deve essere impostato, in primis, sull’analisi del comportamento umano in situazioni normali e in situazioni di stress. L’allenamento deve essere quanto più vicino a situazioni reali e occorrono tecniche che sono soprattutto psicologiche, legate all’osservazione, allo studio dell’ambiente, sino ai concetti di minaccia e percezione del rischio.

 

 

 

 

 

www.forensicsgroup.it

 

Anteprima CRIMINAL, il nuovo Manuale

  “HIC SUNT DRACONES” Mi piace molto questa espressione che, a quanto pare, veniva associata alle carte geografiche …

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