Categoria: <span>Criminologia</span>

Che cos’è la Bloodstain Pattern Analysis

La BPA è lo studio della dimensione, forma, volume, direzione e distribuzione di una traccia ematica ritrovata sulla scena del crimine e la sua funzione, come quella di altre discipline forensi, è quella di delineare al meglio tutto ciò che è accaduto sulla scena del crimine.

Una macchia di sangue può fornire una serie di informazioni relativamente a:

  • Direzione di movimento della vittima/assalitore.
  • Punto di convergenza e origine della traccia.
  • Tipologia e velocità dell’arma utilizzata.
  • Numero di colpi inferti.
  • Informazioni su assalitore destro o mancino.
  • Posizione e movimenti relativi della vittima e assalitore.
  • Tipo di ferita che ha originato l’emissione della traccia ematica.
  • Quando è stato commesso il crimine.
  • Se la morte è stata immediata o meno.

L’analisi di una traccia ematica si basa sull’assunto che il sangue, come tutti i fluidi, reagisce all’azione di forze esterne sempre nella stessa maniera, risultando in tal modo in un pattern prevedibile e ripetibile.

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Il sangue è considerato un liquido colloidale (cioè contiene al suo interno una parte liquida e una corpuscolata) e normalmente è rappresentato nella misura di 5-6 litri negli uomini e 4-5 nelle donne. Una emorragia del 40% della nostra massa sanguigna può portare ad un grave shock ipovolemico e potenzialmente alla morte.

Come tutti i liquidi, anche il sangue sottostà ad una importante legge della fisica: la tensione superficiale.

La tensione superficiale è definita come il lavoro unitario che è necessario ad aumentare la superficie occupata dal liquido di una quantità unitaria, quindi per liquidi differenti si osserva una tensione superficiale differente. Soprattutto, la tensione superficiale si esercita a livello dell’interfaccia di separazione tra il liquido e la superficie con cui il liquido interagisce, pertanto differenti tipologie di superficie eserciteranno una tensione diversa.

Oltre alla tensione superficiale, altre forze esterne come la gravità, la resistenza dell’aria e la velocità di eiezione agiranno di concerto nel far assumere ad una goccia di sangue dei pattern caratteristici e riproducibili volta per volta, quindi analizzabili.

2.2 Classificazione delle tracce ematiche.

Possiamo generalmente distinguere le tracce ematiche in base alla velocità in 3 categorie: le macchie con velocità di impatto bassa, media e alta; LVIS (Low Velocity Impact Spatter) MVIS (Medium velocity) e HVIS (High velocity).

La distinzione in categorie si opera determinando semplicemente la grandezza della traccia ematica e precisamente:

  • LVIS= 4 o >4 mm.
  • MVIS= 1-4 mm.
  • HVIS= < 1 mm.

Naturalmente le varie tipologie di macchie saranno molto spesso di categorie miste, ragion per cui il criterio osservato nella classificazione di una traccia ematica sarà basato sulla dimensione preponderante che si osserva in un pattern rintracciato sulla scena del crimine.

Un esempio di traccia a bassa velocità è quella generata da un gocciolamento semplice; la traccia a velocità media quella causata da un trauma contusivo che genera una fuoriuscita di sangue e quella ad alta velocità da un’arma da fuoco o esplosivo che determinerà la proiezione di minute goccioline a velocità molto elevata, simile ad uno spruzzo.

Le tracce cosiddette passive a loro volta si distinguono in:

coagulo, gocciolamento, flusso, pozza.

Le tracce per trasferimento si distinguono in: tipo pattern swipe (risultante da una superficie bagnata di sangue che viene a contatto con una asciutta), wipe (risultante da una superficie asciutta che viene a contatto con una insanguinata).

Le tracce proiettate si distinguono in: schizzo arterioso, da contatto con altro oggetto, da spruzzo, espettorato.

Nella categoria miscellanea includiamo: da azione per forza capillare, da insetti (che vengono a contatto con il sangue e lo trasportano in giro), Void pattern da effetto vuoto (quando un oggetto/corpo viene investito da uno schizzo di sangue e pertanto crea un effetto maschera).

E’ palese che nella normale routine ci si trovi di fronte costantemente una scena del crimine che riporta una moltitudine di tracce differenti, per cui sarà necessaria una attenta e lunga azione di repertazione ed interpretazione di ogni singola categoria. Le tracce ematiche limpide e delineate sono difficili da reperire e la norma è costituita da una difficile mescola fra tanti pattern differenti.

Passiamo adesso a descrivere nel dettaglio alcuni tipi di traccia ematica.

Le tracce passive più semplici da distinguere sono quelle causate da un normale gocciolamento, come ad esempio può accadere da un banale taglio di un dito che gocciola su una superficie dura: pavimento, tavolo, vetro, ecc..

La traccia da trasferimento a pattern è una delle più comuni da trovare a causa della natura adesiva del sangue, per cui un oggetto contaminato tenderà a sporcare facilmente qualsiasi altra superficie/oggetto con cui verrà a contatto, anche se fugacemente e in maniera superficiale ed incompleta, riproducendo in modo spesso completo la sua forma.

Molto spesso la traccia residuata sarà molto chiara e suggestiva, tale da far risalire immediatamente all’arma che l’ha prodotta o all’oggetto che l’ha impressa.

Discorso a parte meritano le tracce Swipe e Wipe.

Le tracce cosiddette Swipe sono quelle prodotte da un oggetto insanguinato che viene a contatto con un altro oggetto o superficie grazie ad un movimento laterale, tangente.

Invece le tracce Wipe sono quelle in cui un oggetto o superficie asciutta viene a contatto, con un movimento laterale, con un oggetto bagnato di sangue, causando una parziale asportazione della traccia originariamente presente sul primo oggetto.

Le tracce da proiezione sono frequentemente originate da ferite agli arti, con fuoriuscita rapida e ad alta pressione, creando un pattern ad arco, rispecchiando la spinta pressoria che le genera, normalmente da sangue arterioso. Il più tipico pattern da ferita arteriosa riflette infatti l’aumento e la caduta di pressione in un andamento simil sinusoidale o zig-zag, o ondulante.

Un aspetto molto interessante è quello assunto da gocce di sangue miste ad espettorato, quindi eiettate insieme a colpi di tosse, o fuoriuscita di materiale ematico ad alta pressione dalla bocca, naso o dalle vie aeree. Questo vuol dire che il sangue proveniente dalle vie aeree in questione sarà misto ad aria e spinto nell’ambito di un atto respiratorio. Da questa commistione il sangue sarà “rotto” in goccioline minuscole, analogamente all’azione creata da uno spray. Spesso, all’interno delle gocce di sangue, si noteranno minute “bubble rings”, anelli vuoti creati dall’aria contenuta nel materiale ematico, oppure tracce di muco e saliva. Da tener presente che il pattern creato dall’espettorato può mimare uno schizzo da esplosione e può trarre in inganno.

Nell’ultima categoria che prendiamo in considerazione, una menzione a parte merita la void pattern, cioè la traccia prodotta per effetto maschera o effetto cosiddetto fantasma. Questo tipo di traccia è quella generata quando tra la superficie di impatto finale e il materiale ematico si frappone un oggetto o individuo, a volte rimosso prima del ritrovamento. E’ il caso in cui, ad esempio, da una superficie imbrattata di sangue, come un tavolo, vengono rimossi alcuni oggetti che lasceranno dei vuoti laddove erano originariamente poggiati, lasciando delle aree vuote che riprodurranno la loro forma originaria.

2.3 Dinamica.

Esaurito il discorso sulla classificazione, andiamo a considerare la dinamica delle tracce ematiche e le tecniche di repertazione. Quando una goccia di sangue cade dall’alto interagisce lungo il suo percorso con l’attrito dell’aria e, nell’attraversare il mezzo, la sua forma cambierà rapidamente e frequentemente da quella originariamente sferoidale a quella ovoidale, proprio per l’azione dell’aria. Questo accade in condizioni idealmente ottimali, laddove la goccia cada in linea retta, senza incontrare ostacoli lungo il percorso e senza che altri fattori interferiscano, come può accadere in presenza di vento, pioggia o altro ancora.

Quando si verifica l’evento più comune appena descritto, la goccia che impatta su di una superficie, cadendo in linea retta, riprodurrà un pattern perfettamente circolare con l’eventuale presenza di minute goccioline satelliti, causate dall’impatto con la superficie stessa.

Se, invece, la goccia viene eiettata con un angolo differente dai 90°, l’impatto produrrà una morfologia differente, elongata e con aree satelliti o code che saranno orientate secondo la direzione dell’impatto.

La direzione delle codine indicherà la direzione delle gocce, per cui quanto più la forma sarà ellittica, tanto più sarà facile distinguere la direzione.

Per identificare l’angolo di impatto, invece, si dovrà applicare una semplice formula matematica: il seno inverso del rapporto dato dalla misura dell’asse maggiore dell’ellissi diviso la misura dell’asse minore.

Dall’interpolazione di queste informazioni riguardanti la direzione e l’angolo di impatto si potrà ricavare, non senza difficoltà inerenti ai singoli casi, il punto di origine della traccia ematica.

Una considerazione ancora va fatta per chiarire le dimensioni che assume la traccia in dipendenza dell’altezza da cui cade. Esattamente, il diametro della traccia aumenta all’aumentare dell’altezza da cui la goccia precipita.

Un’ultima doverosa riflessione merita l’effetto del tempo sulle tracce ematiche: ricordiamo, infatti, che il sangue coagula abbastanza rapidamente, quindi una goccia inizialmente fluida assume la caratteristica di coagulo dopo appena 12-13 minuti, alterando in parte l’iniziale morfologia e la possibilità di creare pattern di tipo swipe-wipe.

Tutto ciò va considerato nella visione di insieme durante le attività di repertazione sulla scena del crimine, creando uno scenario il più delle volte estremamente complicato e difficilmente riconducibile alla semplificazione trattatistica e agli elementi qui esposti.

Le varie tipologie di pattern ematici si modificano considerevolmente in relazione alle differenti tipologie di superfici, alla temperatura, agli eventi atmosferici e alle contaminazioni di vario tipo (insetti, liquidi, polveri, ecc), contribuendo a rendere molto difficile l’intervento degli esperti sulla scena.

2.4 Repertazione delle tracce ematiche.

La documentazione delle tracce ematiche ritrovate su una scena del crimine riveste un ruolo di primo piano nell’avvio delle indagini e nella strutturazione delle stesse.

Si può facilmente comprendere, infatti, come sia di vitale importanza la conduzione di una refertazione che sia la più minuziosa e dettagliata possibile.

Gli scopi della documentazione sono molteplici, tra cui quello di fornire delle prove oggettive in sede dibattimentale, quello di permettere una analisi conducibile a posteriori e ripetibile ma soprattutto quello più semplice ed immediato: registrare con chiarezza e indiscutibile oggettività la scena nella sua integrità.

Una corretta documentazione consentirà di evitare degli artefatti in sede di analisi e di fornire una prova incontrovertibile e che non sia oggetto di valutazioni soggettive. Quindi la corretta repertazione non deve essere sottovalutata ma al contrario enfatizzata sempre.

Sulla scena del crimine, pertanto, l’osservazione precede sempre e in maniera inevitabile tutte le fasi susseguenti. L’analista che interviene sulla scena di un delitto dovrà innanzitutto osservare tutte le componenti costitutive al fine di programmare correttamente le azioni successive.

Possiamo schematicamente scomporre le fasi della documentazione in quattro successive azioni: la raccolta di materiale, la fotografia delle tracce ematiche e una registrazione video, un disegno dell’ambiente e delle tracce, il rapporto scritto.

La raccolta deve essere condotta con attenta precisione per evitare di consegnare agli analisti di laboratorio dei campioni che non siano utili ai fini dell’indagine o della diagnosi da condurre.

Una delle cose più importanti è il riconoscimento di specifici pattern di traccia ematica, in quanto è facilmente comprensibile come il mancato riconoscimento di una tipologia di traccia può inficiare tutto l’apparato di indagine e fuorviare gli indirizzi intrapresi dagli investigatori. Ogni traccia deve essere etichettata in maniera utile e univoca in maniera da correlarla direttamente in futuro.

La raccolta deve essere condotta anche in modo quantitativo oltreché qualitativo, per cui è necessario e imprescindibile disporre di una quantità sufficiente di sangue o reperto qualsivoglia da consegnare poi in laboratorio. In mancanza di questa semplice condotta ogni sforzo del laboratorio sarà reso vano.

Purtroppo, non esistono degli standard sui metodi di raccolta, che differiscono da organizzazione e organizzazione nei vari Paesi del mondo, ma il buon senso suggerisce comunque di rapportarsi in maniera diretta con gli analisti in caso di situazioni dubbie e in ogni caso raccogliere sempre abbondante materiale da ogni porzione di area indagata.

Indipendentemente dal metodo utilizzato l’imperativo è quello di evitare le contaminazioni in fase di raccolta. Per evitare che ciò succeda è consigliabile seguire alcune semplici ma fondamentali raccomandazioni: usare sempre guanti nuovi e cambiarli frequentemente quando si viene a contatto con diversi tipi di traccia; usare bisturi e rasoi monouso per lo scraping delle tracce secche; usare tamponi sterili o siringhe e pipette per raccogliere qualsiasi tipo di reperto liquido, cambiando sempre il bisturi o la pipetta tra una traccia e l’altra.

(…)

FONTE:

MIRCO TURCO, GIUSEPPE LODESERTO, MARIA ROSARIA BRUSCELLA (2016). CRIME ANALYST, ASPETTI PSICOCRIMINOLOGICI E INVESTIGATIVI, PRIMICERI EDITORE, 2016.

Il volto e il Sistema FACS

Il volto è la maggiore fonte di informazione. “Esso è direttamente collegato a quelle zone del cervello che intervengono nelle emozioni … Quando nasce un’emozione, i muscoli facciali si attivano in maniera automatica. È solo per abitudine o per scelta volontaria che impariamo a impedire queste espressioni, creando un modo più o meno efficace di nasconderle. L’espressione iniziale che si affaccia in concomitanza con l’emozione non è scelta deliberatamente, a meno che sia falsa. La mimica facciale è un sistema duplice, volontario e involontario, capace di mentire e di dire la verità, spesso contemporaneamente. È per questo che le espressioni del volto possono essere così complesse, ambigue e affascinanti” (Ekman P., 1989, pag. 64).

Il volto può mostrare, oltre all’emozione che si sta provando in uno specifico momento, anche la intensità o eventuale mescolanza e commistione con altre emozioni. Se le espressioni emotive sul volto possono essere palesi, almeno quelle principali, più difficoltà incontriamo per codificare e decodificare le microespressioni. Una microespressione, infatti, “passa sul viso” in meno di un quarto di secondo.

Al pari, degne di nota sono le espressioni soffocate: non appena un’espressione emerge sul viso, il soggetto sembra accorgersi di quello che rischia di manifestare e l’interrompe bruscamente. Se non si può ordinare a un muscolo un’espressione fittizia, allora sarà difficile anche inviargli un messaggio di “stop” per bloccarlo quando un’emozione autentica lo mette in azione. La fronte è la sede principale dei movimenti muscolari più difficili da falsificare. Inoltre, il sorriso è la copertura o maschera più comune.

Gli Occhi sono un altro elemento oggetto e soggetto di osservazione. Possono palesare attenzione, serenità, sorpresa, ecc. Esistono alcuni cambiamenti prodotti dai muscoli che circondano il globo oculare e che andrebbero osservati criticamente. Questi muscoli modificano la forma delle palpebre, la quantità di iride e di bianco visibile, l’impressone generale della zona occhi. Inoltre, è relativamente facile muoverli o inibirli.

Grande attenzione andrebbe data, inoltre, alla direzione dello sguardo ma occorre intelligente cautela nel considerare il cambiamento di direzione come indicatore di verità o menzogna.

L’ammiccamento può essere eseguito volontariamente, spesso, quando la situazione è tesa, ma è anche una risposta involontaria.

Le pupille si dilatano con l’emozione (non esistono vie nervose volontarie che permettono di riprodurre tale variazione, così come pallore, sudorazione, …). Anche la luminosità incide, ovviamente, sulla dilatazione pupillare.

Possono essere considerati indicatori di inganno: l’asimmetria, la scelta di tempo, la collocazione nella conversazione.

Nell’asimmetria le stesse azioni compaiono nelle due metà del viso, ma sono più intense in una che nell’altra. Non vanno confuse con le espressioni unilaterali.

Nella mimica volontaria/involontaria, infatti, entrano in gioco circuiti nervosi differenti. Gli emisferi cerebrali dirigono i movimenti volontari del viso, non quelli involontari che sono generati dai centri inferiori, più primitivi del cervello.

Se molte espressioni del viso sono asimmetriche è probabile che non siano sentite.

Le espressioni di lunga durata (>5’’) sono probabilmente false, a meno che non si tratti di esperienze limite (culmine estasi, rabbia furiosa, depressione, …).

La durata dell’espressione di pochi secondi indica, invece, autenticità. Ad esempio, se la sorpresa è autentica, tutti i tempi (attacco, stacco e durata totale) devono essere inferiori al secondo. Se la mimica dura più a lungo, si tratta di sorpresa finta.

Una determinata espressione emotiva deve essere coerente rispetto al flusso di un discorso, inoltre, espressioni del viso non sincrone sono probabili indizi di falso.

Il senso delle espressioni del viso si capisce bene da quanto riportato e dal filone di studi di Ekman[1].

“Le nostre esperienze ancestrali non ci hanno preparato ad essere astuti cacciatori di bugie. Coloro che hanno una migliore disposizione a cogliere le menzogne avrebbero avuto ben pochi vantaggi ai tempi dei nostri antenati, nei quali la promiscuità e la società chiusa e di piccole dimensioni conferivano alla menzogna dei costi sociali e personali molto alti. Nelle moderne società industrializzate le opportunità di ingannare sono tantissime e l’intimità è una facile conquista, perché ci sono molte porte chiuse. Quando un inganno viene rivelato, le conseguenze non sono poi così disastrose, visto che è sempre possibile cambiare città, lavoro, moglie: la nostra reputazione danneggiata non ci segue. Per questa ragione viviamo in un contesto che incoraggia la menzogna, dove è possibile nascondere l’evidenza e dove la necessità di sapersi difendere dagli inganni è molto alta. Tuttavia, non siamo stati preparati dalla nostra storia evolutiva ad essere sensibili agli indizi comportamentali che potrebbero rivelare una bugia.” [2]

Come esseri umani abbiamo quindi un naturale repertorio che può essere analizzato con una certa attenzione (Turco M., Lodeserto G., 2016).

Se la probabilità di distinguere la verità da una menzogna è pari a circa il 50%, la conoscenza di tecniche e metodi di analisi verbale e non verbale, aumenta di molto la nostra probabilità di “cogliere nel segno”.

Secondo Ekman osservatori addestrati a cogliere gli indizi presenti sul volto, sono in grado di individuare l’inganno con un 70% di accuratezza, che può arrivare fino al 100% se vengono tenuti in considerazione anche la gestualità e i movimenti del corpo. Tali conoscenze possono avere applicazione pratica ai fini delle investigazioni e quindi della Sicurezza? Secondo le ricerche disponibili sarebbe possibile capire anche se una persona è pericolosa o meno affidandosi alla sola osservazione. In America, ad esempio, il sistema Transportation Security Administration (TSA) è costituita da numerosi ufficiali addestrati a cogliere comportamenti sospetti o anomali tra i passeggeri. Questi esperti sono inclusi all’interno di un programma, chiamato Screening Passengers by Observation Technique (SPOT), in cui la metodologia impiegata per l’individuazione delle persone potenzialmente rischiose è l’osservazione.

Anche in Israele esistono persone altamente specializzate che si occupano di Sicurezza “solo” tramite lo strumento dell’osservazione, “inoltre, sarebbe fattibile un’analisi delle così dette “vitality forms”, che sono espressione dinamica del nostro “stato interno” (Teoria della Mente). Ogni componente del movimento, infatti, ha un suo tempo, una forza, una direzione, uno spazio. Osservando tali componenti, l’osservatore capirebbe lo stato mentale di chi compie l’azione”[3].

[1] Si legge in Ekman:“L’investigatore sa per certo che ha piazzato una bomba in una chiesa frequentata da neri, ma non sa in quale, e l’arrestato rifiuta di rispondere alle domande. Ma la sua microespressione di gioia quando sente il nome di una chiesa che il FBI sta per perquisire rivela che quello è un indirizzo sbagliato, mentre una microespressione di rabbia al nome di un’altra chiesa suggerisce che è lì che ha piazzato l’ordigno”.

Simile procedura è in uso in medio oriente per scoprire dove sono nascosti armi o ordigni esplosivi.

[2] Il Prof. Mark Frank dirige il Dipartimento universitario di Scienze comportamentali dell’Università di Buffalo (New York), è consulente di Scotland Yard e di molte altre unità investigative internazionali, oltre a far parte dell’Unità Comportamentale del FBI.

[3] Turco M., Lodeserto G. (2016). Visual Sentiment Analysis. Nuove prospettive per la Cybersecurity. In IISFA Memberbook, pag. 103 e segg. Forlì, 2016.

Crimini e nuove Tecnologie

La protezione dei sistemi informatici è ormai oggi un grosso impegno, non solo economico, per molte aziende e pubbliche amministrazioni. I sistemi informatici gestiscono ormai miliardi di dati e quindi miliardi di segreti industriali che, ovviamente, devono essere protetti e opportunamente gestiti. Il mondo di internet ha aperto, oltre a vantaggi palesi, anche migliaia di nuove problematiche proprio legate al concetto di sicurezza aziendale. Ogni organizzazione oggi possiede (dovrebbe possedere) una vera policy di sicurezza al fine di combattere attacchi interni ed esterni (inside e outside attack).
Esistono sostanzialmente due fronti di quello che è conosciuto come computer crime: gli hacker e gli insider.
Gestire la sicurezza aziendale oggi non è compito facile proprio in virtù delle molteplici minacce e della complessità intrinseca della materia.
Da un punto di vista teorico e pratico un sistema può essere considerato sicuro quando riesce a soddisfare alcuni principi:
• confidenzialità: accesso ragionato e protetto delle informazioni;
• disponibilità: possibilità di accedere ai dati;
• integrità: considerare il dato integro.

I crimini aziendali interni (insiders) sono molto insidiosi anche perché difficilmente denunciati alle polizie, al fine di proteggere l’immagine aziendale.
Gli attacchi inside comportano:
a) un danno primario: divulgazione dati sensibili
b) un danno secondario: perdita di immagine
Tali danni comportano ovviamente problematiche finanziarie.
Alcune ricerche condotte anche a livello internazionale mostrano che i crimini inside sono sostanzialmente maggiori rispetto a quelli outside e che, paradossalmente (ma non troppo) esiste poca consapevolezza e percezione del crimine/reato informatico.
Gli autori dei crimini informatici interni sono, inoltre, difficilmente rintracciabili ed hanno conseguenze allarmanti per tutte le organizzazioni. E’ importante sottolineare che il computer altera sostanzialmente la percezione del crimine (tecno-mediazione).
Alcuni modelli di criminal profiling e le indagini relativi evidenziano che la maggioranza di crimini inside è fatta da dipendenti celibi, di sesso maschile, con un’età di circa 30 anni. Le ragioni spesso sono: difficoltà finanziarie personali o familiari, vendette, insoddisfazioni lavorative (retribuzione, clima lavorativo, …), sensazione di non essere sufficientemente apprezzato dall’azienda, disturbi psichiatrici.
Ai fini della prevenzione e della lotta a tale criminalità, oltre ai riferimenti normativi (legge sul computer crime, privacy, …) occorre operare attraverso opportune strategie di analisi dei rischi e tramite una opportuna formazione tecnica, legale e psicologica. In ogni caso, il fattore principale di rischio è sempre quello umano!

L'ottimismo del diavolo - Mirco Turco

L’Ottimismo del Diavolo

L’Ottimismo del Diavolo, il romanzo di Mirco Turco, psicologo leccese, pubblicato da Primiceri Editore, uscito in luglio 2019, sembra già aver colpito nel segno.

Definito già da molti lettori un thriller imperdibile, sorprendente e geniale, da “divorare” in pochissimo tempo. La critica lo incornicia come un giallo che soddisfa tutti i requisiti (cosa non facile) con stile ironico e ottime capacità espressive dell’autore che mostra, al contempo, stile accattivante e originale. C’è chi sostiene, invece, che nel romanzo ci sia tutto il DNA puro dell’autore, un autentico esploratore dell’animo umano e del comportamento, capace di trasformare le sue grandi conoscenze psicologiche e criminologiche ini scrittura romanzata.

L’Ottimismo del Diavolo è, insomma, un libro da leggere, se non fosse anche per la prima recensione fatta dalla nota Criminologa Roberta Bruzzone, che parla di un “imperdibile viaggio nella parte più oscura e profonda dell’animo umano che è presente in ognuno di noi magistralmente descritta da Mirco Turco. La trama è una continua sfida che rende inevitabile affrontare i peggiori demoni interiori che popolano la vita del protagonista. Un libro imperdibile”.

I personaggi e le storie del romanzo di Mirco Turco sono, di fatto, reali, con opportuni camuffamenti e sfumature fantasy, mentre gli scenari sono descrizioni realistiche di zone e Paesi conosciuti e visitati: dalla Sardegna, all’Europa dell’est, sino alla Francia.

Mirco Turco lo descrive come un romanzo terapeutico, poiché ricco di tematiche che possono riguarda tutti e pregno di riflessioni, tra psicologia, terapie, ipnosi, filosofia e simbolismo. Non è un caso che si faccia riferimento a Jung, Hillman, Erickson, Carotenuto, …

È un libro ugualmente misterioso e affascinante e si presta a riletture poiché cela, sapientemente, particolari non casuali che potrebbero sfuggire al lettore. Quindi, un vero invito all’investigazione!

Il titolo è apparentemente casuale. Deriva, infatti, dalla lettura di una frase dello scrittore K. Kraus, il quale affermava: “Il diavolo è ottimista se pensa di poter peggiorare gli uomini”. Qui, il senso dell’intero romanzo, ma non solo, soprattutto considerando un finale sorprendentemente imprevisto e retroscena inaspettati.

L’Ottimismo del Diavolo è dunque un “vero gioiello” come sostiene qualcuno, un libro da leggere con oculata attenzione, mentre qualcuno sospetta che il dottor Daimon, apparente protagonista del romanzo, sia molto simile allo stesso autore. Il diavolo sembra essere proprio nei dettagli e l’autore sembra sicuramente saperne una più del diavolo!

L’ottimismo del Diavolo

Romanzo, Thriller

Le rapine mediante IPNOSI

Investigazione e Analisi in materia di Rapine mediante Ipnosi: riflessioni cliniche e forensi.  

“Una definizione di ipnosi non è semplice o, probabilmente, sarebbe alquanto pragmatico partire da ciò che non è ipnosi … “ (Turco, 2011). L’ipnosi non rappresenta un fenomeno suggestivo e non è neanche una semplice alterazione dello stato di coscienza. “È una forma elettiva di comunicazione profonda e autentica, attraverso la quale la persona accede più facilmente a parti di sé altrimenti sopite, taciute, strategicamente velate.”. (Turco, 2011). Da Braid, alle precisazioni psicosomatiche, da Freud a Fromm, da Erickson sino ai recenti contributi di neuropsicologia.

Lo stato ipnotico è una realtà neurofisiologica che non può essere ottenuta ne’ con l’immaginazione guidata ne’ tanto meno con la simulazione controllata. I dati raccolti derivano da osservazioni umane, strumentali indirette (EEG), e strumentali dirette (neuro- imaging, PET, risonanza magnetica, ecc.).

Così si esprime M. Erickson, il più grande ipnotista moderno: “In quei momenti le persone (…) tendono a fissare lo sguardo (…) possono chiudere gli occhi, immobilizzare il corpo, reprimere certi riflessi e sembrano momentaneamente dimentiche di tutto ciò che le circonda, sino a quando non abbiano completato la loro ricerca interiore” .

Durante una qualsiasi induzione ipnotica si assiste, in effetti, ad una serie di cambiamenti dei parametri fisiologici: respirazione, pulsazioni cardiache, conducibilità elettrica della pelle, ecc e si possono produrre con una certa frequenza alcuni fenomeni tipici: regressione; amnesia; analgesia; anestesia; comportamento automatico; dissociazione; catalessi; allucinazioni; ipermnesia; risposte ideomotorie e/o ideosensorie; distorsione del tempo.

In generale, in base alla “profondità della trance” si possono distinguere:

  • stati ipnoidi (pesantezza, rilassamento, chiusura delle palpebre);
  • trance leggera (catalessi);
  • trance media (amnesie, anestesie, …);
  • trance profonda (amnesia e anestesia completa, sonnambulismo, allucinazioni).

Le difficoltà che si possono riscontrare nell’applicare l’ipnosi possono essere svariate, ma sovente, sono legate al rapporto tra ipnotista e ipnotizzato. In genere, infatti, tutti siamo ipnotizzabili, pur se si registra una percentuale di soggetti resistenti.

Altre difficoltà sono legate alla personalità del soggetto che si intende ipnotizzare e/o all’eventuale presenza di psicopatologie conclamate di tipo psicotico ( pur se esistono ricerche sull’ipnosi applicata con soggetti schizofrenici). L’alterazione dovuta a sostanze psicotrope è, inoltre, quasi sempre incompatibile con la tecnica ipnotica.

L’Ipnosi Forense.

Il velo di mistero dell’ipnosi è spesso giustificato dalla scarsa conoscenza del fenomeno, dalla difficoltà degli studi e delle applicazioni nel settore specifico e da problematiche inerenti alla legislazione italiana. L’attuale Codice di Procedura Penale non contiene riferimenti espliciti all’utilizzazione dell’ipnosi come mezzo probatorio, pur se la dottrina prevalente appare fondamentalmente “contraria” all’uso dell’ipnosi nell’interrogatorio dell’imputato o del testimone: “Non possono essere utilizzati, neppure con il consenso della persona interessata, metodi o tecniche idonei ad influire sulla libertà di autodeterminazione ovvero ad alterare la capacità di ricordare o valutare i fatti”.

Negli anni e in altri Paesi dove l’ipnosi è consentita nell’ambito forense, è stata applicata per:

  • riconoscere eventuali simulazioni di malattie;
  • ottenere confessioni;
  • suscitare ricordi;
  • indagare sulla volontà criminosa;
  • diagnosticare la capacità di intendere e di volere;
  • terapie in criminologia e in vittimologia.

L’uso della testimonianza mediante ipnosi ha facilitato, nella stragrande maggioranza dei casi, l’ottenimento di informazioni difficilmente raggiungibili con il semplice interrogatorio.

Anche la Polizia Israeliana ha stabilito l’ammissibilità come prova processuale delle deposizioni rese in stato di ipnosi.

Rimane quasi scontato precisare che l’ipnosi può essere solo utilizzata da personale altamente esperto e qualificato.

Tecniche di Ipnosi.

Ipnosi Ericksoniana Mirco Turco

Da un punto di vista prettamente operativo è possibile utilizzare due principali tecniche ipnotiche e tale distinzione è rilevante soprattutto per fare chiarezza sul fenomeno delle rapine mediante ipnosi:

  • l’ipnosi eriksoniana, conosciuta anche come ipnosi “dolce”;
  • l ‘ipnosi dinamica, o “attiva”, che si rifà agli studi di Stefano Benemeglio.

L’Ipnosi Eriksoniana, si basa essenzialmente sul “sovraccaricare” l’emisfero sinistro attraverso “confusione” con l’intento di renderlo spettatore silenzioso. In tal modo, la razionalità cede progressivamente passo alla parte inconscia. Tale tecnica utilizza in modo magistrale il linguaggio, specie di tipo metaforico. L’approccio Eriksoniano con i paradossi, le metafore, la confusione ha come scopo principale quello di cambiare il quadro di riferimento percettivo e cognitivo riassociando e riorganizzando le risorse del cliente.

L’Ipnosi Dinamica è, invece, un modello di ipnosi basato soprattutto sull’uso di segnali non verbali. Si considerano indispensabili tutti gli stimoli che aumentano la tensione nel soggetto.

Una volta calibrato il carico emotivo si può “spendere” tale potenziale per la risoluzione di alcuni problemi o patologie o per superare alcuni limiti.

La sicurezza dell’ipnosi è sancita e nota ormai da tempo, addirittura dal 1958 quando il Council of Mental Health of the American Association approvò l’ipnosi come pratica sicura e priva di effetti collaterali data la sua intrinseca natura fisiologica. L’ipnosi non è controproducente, non crea dipendenza, né provoca alcun tipo di problematica fisiologica e/o emotiva (International Society of Hypnosis ). Non si può rimanere intrappolati in un “sonno ipnotico” così come molti temono né è possibile compiere atti contrari alla propria moralità.

Le rapine mediante ipnosi.

Il fenomeno delle rapine mediante ipnosi pone delle questioni sostanziali in termini di conoscenza dell’ipnosi stessa e delle sue tecniche e anche in termini di impatto sociale.

Alcuni articoli giornalistici e testate online hanno riportato in passato titoli simili ai seguenti:

“Rapina con ipnosi: mostra l’ anello magico e porta via 10 milioni; Rapina con ipnosi al supermercato; Dopo aver ipnotizzato un impiegato gli hanno richiesto la somma di 500 euro, e si sono fatti pure ricaricare il telefonino; …”.

Uno studio interessantissimo su tale fronte è quello presentato da alcuni studiosi dell’università di Milano e pubblicati su International Journal of Clinical and Experimental Hypnosis (Clerici et all, 2009). Lo studio raccoglie i casi segnalati soprattutto dalla stampa nell’arco di svariati anni.

Di recente, mi sono occupato di condurre un’indagine esplorativa sul fenomeno rapine mediante ipnosi in Puglia. Il campione di riferimento è minimo (N=100). Emerge, sostanzialmente, come le persone intervistate conoscano il fenomeno ipnosi ma non ne sanno dare effettivamente una definizione precisa.

Il 63% del campione pensa, inoltre, che le rapine mediante ipnosi, siamo fattibili e possibili e che sono legate anche e soprattutto a grandi abilità dell’ipnotizzatore.

Interessante notare che i soggetti vittima di presunte rapine mediante ipnosi o che hanno avuto una testimonianza indiretta si riferiscono soprattutto a modalità non verbali di comunicazione, ad uso eccessivo della prossemica e all’utilizzo di suoni, parole, rumori senza apparente significato.

Le vittime parlano, inoltre, di confusione o paura derivante dalla situazione subita.

Si è chiesto poi, al campione di riferimento, se era possibile compiere mediante ipnosi anche altri crimini. L’87% delle persone intervistate ha risposto affermativamente.

Altre statistiche in tale ambito mostrano che in Italia si registrano circa 4 casi all’anno di rapine, truffe o furti perpetrati utilizzando tecniche ipnotiche. Nel 75% dei casi denunciati, i malviventi sono due.

Una prima riflessione in merito a tale fenomeno è legato al vissuto emotivo e al sovraccarico cognitivo della vittima di una rapina. Infatti, non occorre parlare necessariamente di stato di ipnosi per riferirci a reazioni quali “paralisi” o “obbedienza al rapinatore”. Tali reazioni, atteggiamenti e comportamenti sono conseguenze plausibili di un qualsiasi evento fortemente stressogeno o frustrante. L’altra riflessione è legata ai meccanismi di protezione dell’autostima. In effetti, può capitare che per evitare di dire di essere stati raggirati o truffati possiamo difenderci attraverso altre giustificazioni di tipo “magico” o comunque straordinario.

Analizzando la letteratura di riferimento, le indagini esplorative, i filmati presenti, le testimonianze dirette e/o indirette possiamo comunque specificare che le rapine o truffe perpetrate utilizzano modalità e tecniche che riguardano anche l’ipnosi ma che non costituiscono e non rappresentano l’ipnosi.

Una di queste tecniche è quella della confusione e del sovraccarico cognitivo. In modo quasi matematico, non possiamo gestire più di un certo numero di informazioni contemporaneamente, superate le quali andiamo in stress e confusione. La ripetitività ritmica di alcuni gesti non verbali e l’uso di un tono della voce variabile rinforzerebbe tale confusione.

Un’altra modalità può essere quella della rottura dello schema. “Rompere” o destrutturare una sequenza normale di azioni che compiamo per fare un qualcosa, indurrebbe la persona bersaglio a confondersi e a ricercare in modo immediato una soluzione a tale dissonanza e stress. La vulnerabilità diventa l’esito di tali manovre che non possono essere confuse però con l’ipnosi.

L’altro punto è l’utilizzo di “segnali forti” (dalla fisionomia, ad un profumo intenso, alla presenza di simboli come un anello vistoso, barba lunga, …). In tal senso, anche il fattore culturale ha il suo peso e la sua rilevanza.

Conclusioni.

L’Ipnosi è un metodo terapeutico riconosciuto e verificato sperimentalmente da oltre un secolo. In Italia non è però ancora molto conosciuto e praticato nonostante l’efficacia in ambito psicologico-clinico e medico.

L’ Art. 613 del codice penale punisce “chiunque mediante suggestione ipnotica … ponga una persona … in stato di incapacità di intendere e di volere …”. L’ipnosi non è però suggestione.

L’ Art. 728 del codice penale parla di “… stato di narcosi o ipnotismo … che sopprima la coscienza o la volontà … se dal fatto deriva pericolo per l’incolumità della persona …”. L’ipnosi non sopprime la coscienza né tantomeno la volontà delle persone.

Interessante il dialogo professionale e amicale tra alcuni esperti del settore in Italia (G.Gulotta e C. Loriedo, 2010): “L’ipnosi può servire per convincere una ragazza a venire a cena con te?”.

Erickson diceva: “Sì, ma un Martini è meglio”. “Certo, un Martini è meglio … e senza Bacco si raffredda Venere …”.

Certamente l’ipnosi in ambito forense potrebbe trovare le sue pragmatiche applicazioni soprattutto in ambito vittimologico e nel settore della psicologia della testimonianza. Diversi sono, infatti, i contributi sull’utilizzo dell’ipnosi e la memoria, pur evidenziando la natura ricostruttiva e non riproduttiva della stessa. Probabilmente, le questioni dovrebbero maggiormente concentrarsi, ad esempio, sulle così dette domande suggestive. Tali domande alterano la capacità di ricordare.

Recuperare un’informazione, un dettaglio, un elemento anche molto importante è legato a diversi fattori e quindi, probabilmente, dovremmo anche approfondire gli studi sull’intelligenza linguistica e dunque sulla effettiva preparazione di chi per mestiere, pone domande ai fini della ricerca della o delle Verità.

L’intervista cognitiva che riscontra molto successo in termini di ottenimento di informazioni è considerata ugualmente metodica che interferisce con la qualità e la quantità del ricordo? M. Erickson era solito, da piccolo salire su un albero per imparare le poesie. Aveva, dunque, costruito tale associazione. Anche questo dovrebbe rappresentare un esempio di “alterazione”. Ovvio e indubbio però il vantaggio!

 

Bibliografia essenziale.

 

Clerici, C.A., Veneroni L. et all. (2009). “Robbery by Hypnosis” in Italy: A Psycho-Criminological Analysis of the Phenomenon Based on 20 Years of Newspaper Articles (1988-2007). International Journal of Clinical and Experimental Hypnosis.

Erickson M.(1982). Opere vol. I, II, III, IV. Astrolabio, Roma.

Gulotta G. e Loriedo C. (2010). Dialogo su questioni forensi e cliniche dell’Ipnosi. Convegno Crociera FIAP, 16-20 aprile 2010.

Gulotta G. (1980). Ipnosi. Aspetti psicologici, clinici, legali , criminologici. Giuffrè editore.

Provenzano A., Turco M. et all. (2012). Phacoemulsification in hypnotic analgesia. XVI KMSG International Congress – Nice – Hotel Nice Plaza, sabato 16 giugno 2012 nella sessione Cataract surgery & IOLs, Nice.

S.I.A.R.E.D. (2009). Ipnosi nella pratica clinica. Atti del Congresso S.I.A.R.E.D. – Ferrara 2009

Turco M. (2011). Ipnosi medica: aspetti neuropsicologici nell’ Analgesia e nell’ Anestesia ipnotica. Notiziario Ordine Psicologi Regione Puglia. N. 6, dic. 2011.

Turco M. (2012). Analgesia e Anestesia Ipnotica in Phacoemulsification. Notiziario Ordine Psicologi Regione Puglia, n. 9, dic. 2012.

La Negoziazione

La Negoziazione.

 

Quando ci troviamo a confrontarci con una persona difficile, il primo passo non è controllare il suo comportamento, ma il nostro.

La negoziazione può essere considerata come un metodo attraverso il quale le persone appianano le differenze. È un’arte, ma anche una scienza. È un’arte perché dipende dalla nostra creatività ed è una scienza perché è anche governata da tecniche e strategie.

Tali principi guida provengono dalla Squadra di negoziazione ostaggi del Dipartimento di Polizia di New York, nata nel 1973.

La negoziazione è un’attività che svolgiamo, in realtà, in diverse occasioni, da quelle più banali e quotidiane, a quelle più articolate che magari riguardano il nostro lavoro, come quando vogliamo richiedere un aumento di stipendio o un avanzamento di carriera. In ogni caso, la negoziazione dovrà essere considerata un processo attraverso il quale si raggiunge un accordo in maniera mutualmente soddisfacente. Occorre, infatti, abbandonare l’assunto superficiale che in una negoziazione occorra “vincere”. È importante, pertanto:

  • scindere le persone dal problema;
  • concentrarsi sugli interessi e non sulle posizioni;
  • generare opzioni soddisfacenti per tutte le parti.

Per negoziare bene occorre esercitare soprattutto tatto e rispetto. Tali elementi costituiscono gli strumenti principali perché ci aiuteranno ad identificare il problema e a trovare una connessione con l’altra parte. Possiamo adoperare la seguente prima schematizzazione:

  • Per risolvere un problema, occorre prima identificarlo.
  • Costruire relazioni è fondamentale nella negoziazione e la comunicazione ha una parte preponderante nel costruire relazioni.
  • Il contenuto è importante, ma dobbiamo anche fare attenzione alla componente emotiva.
  • Il rapporto comincia a svilupparsi quando la controparte comincia a sentirsi a proprio agio in nostra presenza.
  • Ovviamente, la comunicazione non è solo verbale.
  • Fate attenzione alla vostra faccia quando parlate con qualcuno, soprattutto durante una situazione critica.

Qualcuno asserisce che per negoziare bene occorre soprattutto essere degli abili oratori. In realtà, non è proprio questo il “trucco”. Se consideriamo il più elementare dei bisogni umani, comprenderemo la giusta prospettiva.

Vi è un esigenza universale dell’essere umano che è quello di capire e di essere capiti e il miglior modo per capire le persone è ascoltare. Non è un caso che il mantra della HNT (Negoziazione Presa Ostaggi) è «PARLA CON ME». Notate che non è «ascoltami», poiché vorrebbe dire che il negoziatore è l’unico a parlare.

L’ascolto è un’attività consapevole, mentre il sentire è un’attività automatica, accidentale e involontaria. La persona, infatti, decide consapevolmente di ascoltare qualcuno o meno. La regola della negoziazione è pertanto: 80% ascolto e 20% parlare. «Il trucco per fare in modo che ti trovino simpatico è semplicemente ascoltarli» sosteneva D. Carnegie e «L’inabilità dell’uomo nel comunicare deriva dalla sua incapacità di ascoltare davvero ciò che viene detto» affermava C. Rogers.

Un altro schema pragmatico in materia di negoziazione ci semplifica sicuramente le cose:

  1. Rapporto
  2. Identificare il problema
  3. Connessione
  4. Ascolto attivo

Per praticare la negoziazione occorre necessariamente avere ed implementare alcune abilità: occorre essere maturi, stabili emotivamente, occorre saper esercitare la compassione, parlare chiaramente, agire con diplomazia e possedere rapidità di pensiero.

La stabilità emotiva è un tratto personologico fondamentale per chi conduce negoziazioni. Non dobbiamo mai rispondere alla rabbia di qualcuno con la nostra rabbia e occorre considerare che ciascun negoziato è mosso sempre dalle emozioni. Occorre considerare poi che l’essere umano è un essere mosso dalle emozioni e non dalla logica! Ogni volta che i livelli emotivi sono alti e i livelli di razionalità bassi prendiamo delle pessime decisioni.

Occorre sapere che le emozioni tendono a dissiparsi naturalmente e che il ciclo vitale fisiologico di un’emozione nel corpo e nel cervello è di circa 90 secondi. Quindi, le sensazioni, l’adrenalina, il calore sul viso, la gola stretta, i battiti accelerati, compaiono, raggiungono l’apice e si dissolvono da soli in un minuto e mezzo e ciò che mantiene le emozioni attive oltre i 90 secondi sono solo le storie che ci raccontiamo.

Nella negoziazione dobbiamo, inoltre, considerare che ciò che noi pensiamo e crediamo non è necessariamente cosa condivisa e condivisibile. Ognuno di noi ha la sua mappa delmondo che non coincide necessariamente con quella altrui. Siamo chiamati, dunque, a ricordare, come precisa sempre lo stesso J. Cambria, che la nostra non è l’unica verità. Dobbiamo esplorare, discutere e capire le percezioni degli altri.

Lo schema da tener bene in mente è quindi:

  • Controllo delle emozioni
  • Niente di personale
  • Percezioni diverse
  • Pensiero unico

La negoziazione richiede del tempo. Oltre alla preparazione, il negoziatore deve essere creativo e seguire la giostra emotiva della persona in stato di crisi.

Ulteriore suggerimento è conosciuto come le 3 E e le 3 A:

  • Etica
  • Ego (sotto controllo)
  • Empatia
  • Attenzione
  • Atteggiamento
  • Aggiustamento

Occorre esercitare sempre e comunque l’empatia, poiché se ignorate le preoccupazioni normali, fisiologiche o assurde che possano essere di una persona, causerete una rottura della comunicazione. Occorre esplorare, quindi, le posizioni della controparte ed ogni problema va ascoltato e trattato con rispetto e dignità. Se non partite da tale prospettiva, rinunciate a negoziare!

Se proviamo un senso di superiorità all’apertura di un negoziato, allora abbiamo già preso una decisione, e nulla di ciò che il nostro interlocutore dirà, potrà penetrare nel nostro cervello. Fingendo di ascoltarlo, rifiuteremo di considerare i punti che sta sollevando. L’atteggiamento giudicante interrompe, infatti, la comunicazione.

L’HNT suggerisce alcuni step strategici, conosciuti con l’acronimo Morepies:

  1. Incoraggiatori minimi
  2. Domande aperte
  3. Rispecchiare
  4. Etichettatura emotiva
  5. Parafrasare
  6. Messaggio «IO»
  7. Pause efficaci
  8. Riassunto

Altri suggerimenti: non fermatevi a domande chiuse o con scelta forzata; attenzione alle domande che possono sembrare accusatorie (perché hai fatto una cosa del genere); cercate di creare pause intenzionali per esortare l’altro a parlare; il silenzio è un’arma efficace a volte; riassumete i punti discussi fino a quel momento.

La comunicazione può essere ostacolata da svariate trappole:

  • Assunti e preconcetti
  • Criticare mentalmente lo stile comunicativo dell’altro
  • Essere sovraeccitati
  • Ascoltare solo i fatti senza fare attenzione alle emozioni
  • Annotarsi tutto quanto
  • Interrompere la controparte
  • Reagire eccessivamente a certe parole
  • Sognare a occhi aperti
  • Distrarsi con cellulare o altro.

Da evitare, quindi:

  • MA : il ma nega tutto ciò che è stato detto precedentemente. Provate a mettere la parte negativa del messaggio per prima seguita da quella positiva.
  • La parola NO dovrebbe essere evitata. Il NO elimina ogni altra opzione. Evitate: no, non posso, non riesco, non voglio, …
  • Usate perché con cautela. Spesso, con un certo tono di voce, viene percepito accusatorio, soprattutto quando una persona è in situazione di crisi. Sostituiamo il «perché» con il «come» ed evitate frasi tipiche quali: “So esattamente come ti senti. Con tutto il dovuto rispetto”, …
  • Adoperate strategicamente l’umorismo. Fatelo però con cautela.
  • Non vi ponete come parte che da consigli e che giudica.

La negoziazione è, infatti, una forma di comunicazione specializzata costellata da infinite trappole. Siate sempre vigili, rimanete sintonizzati sugli altri. Fate attenzione agli atteggiamenti, alle frasi e alle parole. Fate attenzione alla vostra faccia e al tono di voce. «Potranno dimenticare cosa hai detto, ma non dimenticheranno come li hai fatti sentire.»

Il manuale di negoziazione suggerisce:

  1. Evitate di essere critici
  2. Evitate di dare consigli sulla base di esperienze personali
  3. Evitate di analizzare il soggetto
  4. Evitate di esprimere giudizi
  5. Rispettare l’autonomia delle persone
  6. Consultate sempre l’altro. L’accordo deve essere comune
  7. Mostrate gratitudine: riduce lo stress della negoziazione e rafforza una relazione
  8. Un negoziato non è uno scontro fra due parti, ma un processo in cui le parti lavorano insieme per trovare una soluzione.

Ultertiore approfondimento ci può essere fornito dall’approccio 6 P:

  1. Preparazione
  2. Pianificazione
  3. Psicologia
  4. Pratica
  5. Pazienza
  6. Persistenza

Le tecniche di negoziazione si apprendono e soprattutto devono essere praticate. Negoziare è un expertise e non solo un’esperienza. Una pratica sbagliata, infatti, ripetuta tante volte, è comunque sbagliata!

  • Negoziare significa saper ascoltare
  • Negoziare significa creare un ottimo rapport
  • Negoziare significa essere creativi

La negoziazione è soprattutto cooperazione. Negoziare significa anche «essere duro con i problemi e morbido con le persone» (Harvard University).

 

 


  • È interessante l’esempio seguente della Scuola di Negoziazione di Harvard: «Due sorelle litigavano per un’arancia. Una di loro riteneva di averne più diritto in quanto l’aveva presa per prima, invece l’altra argomentava che il diritto spettava a lei essendo la primogenita».

La madre, nel tentare una soluzione imparziale, offrì di tagliare il frutto a metà: le bambine rifiutarono fermamente e non accettarono la soluzione proposta, continuando a litigare! La nonna, che osservava attenta la scena, decise di chiedere a ognuna delle bambine perché volevano l’arancia.

La più piccola rispose che aveva sete e l’altra che voleva la buccia per preparare una torta perché aveva fame.

Così la nonna grattugiò la buccia dell’intera arancia e la offrì ad una delle nipoti, spremette la polpa dell’intera arancia e la offrì all’altra.

Come vediamo, se la soluzione fosse stata impostata sulla base delle posizioni iniziali delle bambine, le diverse possibilità sarebbero state:

  1. aggiudicare l’arancia alla sorella maggiore
  2. aggiudicare l’arancia alla sorella minore
  3. dividere l’arancia a metà

Nessuna di queste soluzioni sarebbe stata in grado di soddisfare gli interessi delle sorelle. Gli accordi negoziati si basano sulla possibilità di rinforzare gli interessi comuni, transigere gli interessi opposti e raggiungere la maggior soddisfazione possibile riguardo gli interessi differenti.

  • Noi ascoltiamo 125-250 parole al minuto. Pensiamo a 1000-3000 parole al minuto. Il 75% de tempo siamo distratti. Generalmente, dopo aver ascoltato, ricordiamo il 50% di ciò che è stato detto, ma anche meno! Un’ora dopo, ricordiamo meno del 20%.
  • Interessante l’esempio raccontato da J. Cambria in Parliamone: “Due uomini si trovano in un bar e finiscono per parlare di Green Bay, Wiisconsin.

Il primo dice: «è davvero un bel posto»

Il secondo risponde: «cosa c’è di bello in quel posto? Le uniche due cose che vengono da lì sono i Packers, la squadra di football e delle baldracche repellenti»

«… aspetta un minuto, brutto stronzo» dice l’altro. «Mia moglie viene da Green Bay»

«Davvero? In che ruolo gioca?»”

  • Si legge ancora in Parliamone: “… un uomo stava riempiendo un secchio di stelle marine che erano state sbattute sulla spiaggia dal vento. Ogni volta che il secchio si riempiva, l’uomo andava a riva e lo svuotava. Poi, ritornava a fare la stessa cosa e di nuovo a riempire il secchio.

Ma cosa fai? Chiese un passante.

Riporto le stelle marine in mare, rispose.

Perché, è una cosa di scarsa importanza ora.

L’uomo lo guardò e rispose: «è importante per le stelle marine.»


  • Il presente capitolo farà parte del testo CRIMINAL, in fase di pubblicazione. Tutti i diritti sono riservati.
  • Per una trattazione specialistica in termini di Negoziazione cfr. Parliamone. Jack Cambria, ROI Edizioni, 2019. Il testo rappresenta una testimonianza interessante e pragmatica di uno specialista della negoziazione – Squadra di negoziazione ostaggi del Dipartimento di Polizia di New York, istituita nel 1973

 

Il Cannibalismo

Il cannibalismo, fenomeno ritenuto come il frutto di una vera aberrazione della mente umana e praticato solo nel lontano passato, risulta invece diffuso universalmente anche ai nostri giorni.
L’antropofagia viene studiata non solo secondo un approccio etnologico, ma anche sotto un’ottica psicologica e psichiatrica. Vi sono, infatti, diversi tentativi odierni di confronto: dal cannibalismo come pratica di alcuni gruppi, alla triste e mostruosa realtà dei serial killers.
La Psicoanalisi considera il cannibalismo in riferimento alla fase orale dello sviluppo libidico e più specificatamente alla componente sadica, dove si assiste ad un desiderio di incorporazione dell’oggetto amato che verrà poi sostituito dall’identificazione. Altri studi hanno evidenziato che se l’atto del morsicamento può essere considerato “normale” in talune fasi dello sviluppo, un eccesso della pulsione cannibalica può sfociare nella malattia.
Secondo alcune ricerche di settore, esisterebbe un cannibalismo profano, legato cioè al concetto di carne umana come semplice alimento; un cannibalismo giuridico, praticato verso persone che hanno commesso un crimine e che sono considerati nemici; un cannibalismo magico, praticato con lo scopo di accrescere i poteri individuali attraverso il cibarsi di carne umana; il cannibalismo rituale, legato a complesse attività cerimoniali e a particolari occasioni.
Le origini del cannibalismo sono anche “studiate” attraverso l’utilizzo del linguaggio metaforico. Espressioni quali “ti mangerei di baci”, “vorrei mangiarti”, “sei buono come il pane”, “sei una persona squisita”, … sono spesso rivolte a persone che ammiriamo o che, comunque, ci piacciono. In tal caso, dovremmo parlare proprio di una forma di cannibalismo verbale o metaforico. L’utilizzo di tale fraseologia, secondo alcuni studiosi, è mossa dalla necessità di esprimere le proprie emozioni verso qualcuno. Si pensi, infatti, anche alla fraseologia tra persone innamorate o amanti.


Il cannibalismo “moderno” viene affrontato, invece, attraverso studi sui crimini violenti. Basta far riferimento ad alcuni serial killer: F.H.K. Haarmann, meglio conosciuto come il lupo mannaro di Hannover (1918-19249); Albert Fisch, uno dei peggiori cannibali di tutti i tempi (1870-1936); Jeffrey Dahmer, il cannibale di Milwaukee (1960-1994); A.R. Chikatilo, il mostro russo (1936-1994); … In questi casi, l’antropofagia viene considerata una pratica psicopatologica e viene studiata in un’ottica psichiatrica.
Un semplice bisogno apre spesso le porte di un mondo complesso!

4 elementi chiave in un corso di difesa personale efficace

4 elementi chiave in un corso di difesa personale efficace.


Da diversi anni svolgo il ruolo di Tecnico di Difesa Personale e conosco prevalentemente il Krav Maga. Mi occupo, soprattutto, di Psicologia della Difesa Personale, di Percezione del Rischio e Sicurezza e ricopro anche il ruolo di Referente Nazionale di Psicologia Criminale per IKMI. Sono formatore Uisp con master in preparazione atletica negli sport di combattimento. È inutile sottolineare che la mia professione però è quella di psicologo ed esperto di criminologia. Da diversi anni, partecipo a giornate formative in Italia e in Europa nell’ambito della difesa personale ma i miei interventi sono volti soprattutto a sottolineare alcune cose che pochi vi diranno durante il vostro bel corso di self defence …

1. La strada non è un ring, né un tatami, né una gabbia.

Non ci sono dubbi che praticare un’arte marziale o un qualsiasi sport di combattimento faccia bene al corpo e alla mente, fortifichi l’autostima, rinforzi il carattere … ma la difesa personale è altra cosa. Quando vi allenate in palestra il vostro assetto cognitivo, emotivo e motivazionale funziona in modalità “green”, di non allerta. Lo stress che subite durante un allenamento è controllato, nonché specifico e prevedibile (quasi sempre). Cadere su un parquet o sul tatami non equivale a cadere per strada. In palestra, il vostro cervello e la vostra mente sono ben “allenate”: conoscete l’ambiente, l’ istruttore, gli altri allievi. Sapete bene quali sono gli spazi e o gli ostacoli. Conoscete bene, anche se non magari consapevolmente, le vie di fuga e se dovete scappare all’improvviso, avrete già una certa familiarità e facilità a dirigervi verso l’uscita dalla vostra palestra.

2. Il vostro avversario non è una persona familiare ma uno sconosciuto.

La familiarità è un’arma a doppio taglio. Il vostro allenamento si verifica, frequentemente, con persone conosciute, anche amici o comunque persone che hanno molto in comune con voi. Questo, vi aiuta senza dubbio nella socializzazione e fa risparmiare molte “energie” al cervello che, di fatto, non deve sempre preoccuparsi di fare la “scansione” della persona e stabilire in quale categoria assegnarla. O almeno, se lo fate la prima volta, poi, non lo farete più e vi fiderete delle vostre impressioni. Inoltre, apparentemente, non ci sarebbe neanche la necessità di mettere in dubbio tale categorizzazione. Per strada, funziona diversamente. L’aggressore è spesso una persona sconosciuta, con il suo repertorio di atteggiamenti e comportamenti. Avrà poi, un livello di motivazione nell’aggredirvi differente da quella del vostro amico di corso! La non familiarità crea un certo livello di stress che, ovviamente, si aggiunge agli altri fattori, complicando notevolmente la situazione. Inoltre, per strada, l’aggressore può essere un criminale, una persona in stato di alterazione mentale, un membro di una banda o un vero professionista, …

3. Lo stress fisico di un allenamento intenso non equivale ad uno stress psicofisico dovuto ad un’aggressione.

La psicofisiologia durante il nostro allenamento, se pur intenso, non è simile a quella che si attiva durante un’aggressione reale per strada. Il battito cardiaco, in situazioni reali di stress acuto, può subire un’impennata tale da procurarvi alterazioni psicofisiche che non conoscete o che non avete mai provato. Le vostre reazioni davanti allo stress acuto reale potrebbero esserci sconosciute. Inoltre, la componente “paura” è fondamentale. In palestra, potrete vivere sicuramente un certo timore, una certa apprensione ma la paura e le reazioni ad essa costituiscono un “pianeta” differente!

4. Il fatto che siate cintura nera di qualche arte marziale non significa che saprete difendervi in caso di aggressione da strada.

Purtroppo, molti corsi di difesa personale, sono “gestiti” da persone/istruttori che non hanno un minimo di cognizione di fisiologia, psicologia, prevenzione. Inoltre, paventano una simil onnipotenza, rinforzata dalla loro cintura nera o dal massimo livello conseguito. Per strada, non serve essere cintura nera, né tanto meno essere degli esaltati! Molte situazioni, purtroppo, sono sfociate in tragedia, anche quando i malviventi incontravano professionisti di arti marziali. Non esistono corsi per super eroi!

La difesa personale non è uno sport ma una forma mentis! Occorre avere un mindset centrato sui concetti di rischio e sicurezza. La difesa personale è soprattutto prevenzione. Questo significa che un corso che insegni a difendersi, deve essere impostato, in primis, sull’analisi del comportamento umano in situazioni normali e in situazioni di stress. L’allenamento deve essere quanto più vicino a situazioni reali e occorrono tecniche che sono soprattutto psicologiche, legate all’osservazione, allo studio dell’ambiente, sino ai concetti di minaccia e percezione del rischio.

 

 

 

 

 

www.forensicsgroup.it

 

Indicatori di menzogna vs verità durante una conversazione telefonica di emergenza e soccorso.

Indicatori di menzogna vs verità durante una conversazione telefonica di emergenza e soccorso.

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La credibilità è sempre una proprietà intrinseca di una persona?
La credibilità è qualcosa che deve, necessariamente, essere riconosciuta dagli altri. Ne deriva che essa è qualcosa di soggettivo e dipende anche da meccanismi della nostra mente in termini di ricordi, emozioni, esperienze, logiche. La credibilità, di fatto, ha radici specifiche e articolate: radice cognitiva etico-normativa affettiva.
Il problema della credibilità si pone, soprattutto, quando le relazioni sono caratterizzate da livelli crescenti di estraneità. In tal senso, entra in gioco il concetto di fiducia. “La fiducia non nasce da un pericolo intrinseco ma dal rischio … ciò che determina il rischio è un calcolo puramente interiore” (Luhman).
Parallelamente, i vari gradi della fiducia possono essere rappresentati, agli antipodi, da “sospetto” e “credulità”.
Tale trattazione, pregna di ulteriori riflessioni, si colloca in modo strategico a contesti di emergenza, ovvero quando occorre conoscere in un tempo ridotto, se la persona che comunica, magari tramite telefono, è credibile o meno. Si pensi, infatti, al lavoro presso centrali operative del 118, 113 o di altri servizi di aiuto e soccorso.
Tali riflessioni trovano anche origine dai lavori della 1^ Conferenza di Psicologia Criminale, organizzata a Roma, in novembre 2015, dal Forensics Group e dal progetto europeo “One minute may save a life”.
Alcuni studi pioneristici evidenziano come l’organizzazione del contenuto di una frase può essere indicativo di innocenza o colpevolezza. La stessa FBI, in base a casi in cui il chiamante stesso era l’omicida o comunque implicato in un reato, ha elaborato una check list di indicatori linguistici, che vedremo analiticamente in tale trattazione.
Mentire però, non è cosa agevole e richiede un “impegno” cognitivo, emotivo e comportamentale non indifferente. Se, apparentemente, sarebbe più semplice scoprire una menzogna durante una conversazione face to face (in realtà senza tecniche e conoscenze, la probabilità è pari al 50%!), durante una conversazione telefonica, la cosa si complica alquanto.

In generale, occorre, sin da subito focalizzare l’attenzione sulla richiesta di aiuto. Esiste una richiesta di aiuto, soccorso? Tale richiesta viene prima o dopo la spiegazione di un problema? La richiesta è specifica o vaga? Quindi, i primi indicatori importanti sono:

1. Presenza di una richiesta di aiuto, soccorso.
2. Oggetto della richiesta.
3. Presenza del luogo.
4. Immediatezza della chiamata.
5. Ordine degli elementi verbali.

La mente ha la “tendenza” a riordinare gli elementi in termini di importanza. Infatti, nelle telefonate d’emergenza, occorre sempre verificare se la richiesta di aiuto è all’inizio della telefonata, oppure alla fine. In quest’ultimo caso, infatti, sarebbe opportuno sospettate, poiché il soggetto, probabilmente sta cercando di dilazionare il tempo.

6. Modulazione della voce
La voce, solitamente, non è monocorde, soprattutto in situazioni di richiesta di soccorso o aiuto. Ci si aspetta, quindi, una modulazione, specie se oggetto della conversazione telefonica è qualcosa inerente il pericolo o un rischio in generale.

7. Chiamante che parla prima della risposta
Prima che il dispacher parli, c’è, solitamente, una pausa di 1 secondo circa. Se siamo in una situazione d’emergenza, parleremo prima dello stesso operatore.

8. Autocorrezioni
Chi è colpevole, o risulta in qualche modo responsabile di un incidente o reato ed effettua la chiamata d’emergenza, ha pianificato cosa dire. Raramente si autocorreggerà. L’autocorrezione è, infatti, presente negli innocenti.

9. Informazioni estranee
Il presunto colpevole utilizza informazioni aggiuntive che non sono strettamente connesse con l’emergenza.

10. Cortesia inappropriata
L’eccesso di gentilezza e la cortesia, durante una chiamata di emergenza non sono tipiche, soprattutto in casi di omicidio o reati gravi. Il chiamante innocente, inoltre, non rispetta i turni della conversazione.

11.12 Accettazione della morte. Accettazione della morte di un parente o persona cara.
La morte crea svariati e naturali conflitti di accettazione. Di norma, se la vittima è un parente stretto o persona cara, il termine morte non compare durante la conversazione telefonica.

13. Possessione del problema
La vittima viene resa oggetto. Si identifica con la frase “… ho un …”. Potrebbe indicare colpevolezza o tentativo di manipolazione della realtà.

14. Insultare o incolpare la vittima.
È abbastanza inusuale che il chiamante insulti o incolpi la vittima.

15. 16 Minimizzare usando i termini “solo”, “appena”
La persona tende a discostarsi senza che di fatto nessuno gli abbia imputato una colpa.

17. The “huh factor”.
Le non risposte a domande specifiche del dispacher, sono dovute al fatto che il chiamante non ha in memoria il dato in questione. Inventarlo sul momento, richiede di norma uno sforzo eccessivo … huh …

18. Ripetizione
Nelle richieste di soccorso veritiere, il chiamante usa spesso delle ripetizioni. (… mio dio, mio dio …)

19. Resistenza a rispondere
Il chiamante non fornisce risposte alle domande del dispacher o comunque devia la risposta.

20. Fatti conflittuali
Il chiamante fornisce dati e informazioni poco coerenti o che non collimano. Il soggetto si contraddice.

Dove Mirco Turco

Schematizzando, possiamo parlare di 5 misure da considerare in caso di conversazione telefonica d’emergenza:
1. Misure di immediatezza: richiesta d’aiuto, luogo, immediatezza richiesta, modulazione voce, chiamante parla prima del dispacher.
2. Misure distanzianti: insultare, incolpare, a detrazione della morte, possessione del problema, cortesia inappropriata, minimizzare.
3. Misure di accuratezza: autocorrezioni.
4. Misure di estraneità: informazioni estranee, non rilevanti.
5. Misure di evasione: resistenza a rispondere, “huh factor”, fatti e dati conflittuali.

Grande rilevanza durante le conversazioni telefoniche, risultano essere anche altre “barriere verbali”, ovvero parole che non forniscono un reale significato: es. Intercalari, riempitivi, non parole, digressioni, …
Oltre a tale contributo rilevante in materia di comunicazione, si potrebbero, nel prossimo futuro, approfondire congiuntamente anche altre tecniche di psicolinguistica forense, come ad esempio la SCAN, scientific content analysis e la procedura CBCA, criteria based content analysis, utilizzate molto in ambito testimonianza.
Nel racconto di fatti che non si sono mai verificati, mancherebbero poi dati sensoriali; di contro, nei fatti reali, si riprodurrebbero conversazioni e interazioni, nonché descrizioni di stati mentali ed emotivi altrui.
Il filone di studi sulla menzogna in generale, così come sulla dissimulazione e alterazione della realtà è sicuramente affascinante in ambito comunicazione strategica, così come nel settore delle emergenze, clinico e forense.

Fonti bibliografiche principali:
Crime Analyst, Aspetti psicocriminologici e investigativi. Mirco Turco, Giuseppe Lodeserto, Maria Rosaria Bruscella. Primiceri editore, 2016.

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Combat Stress

Il termine STRESS indica uno stato di tensione, ansia o preoccupazione che determina un malessere diffuso associato a conseguenze progressivamente negative per l’organismo e per lo stato emotivo del soggetto.

Lo stress può essere considerato anche come un rapporto complesso tra soggetto e ambiente. Notoriamente, sono 3 le fasi tipiche dello stress:

  1. Fase di allarme, in cui si mobilitano le risorse.
  2. Fase di resistenza, in cui si controlla lo stress.
  3. Fase di esaurimento, in cui vengono consumate le riserve.

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Conoscere e gestire lo stress è fondamentale anche in caso di Difesa Personale. Troppo stress riduce, in ogni caso, qualsiasi tipo di performance, così come bassi livelli di stress inducono una sorta di demotivazione. È necessario, quindi, un livello di stress ottimale.

Ai fini della prevenzione del rischio e della riduzione delle minacce, è auspicabile un repertorio comportamentale che ogni professionista ma anche ogni cittadino dovrebbe conoscere e implementare:

  • Assumere atteggiamento riservato.
  • Attuare una “scansione” dell’ambiente.
  • Consolidare il “diritto alla difesa”.
  • Ridurre gli atti impulsivi.
  • Eliminare progressivamente l’improvvisazione.

La mentalità difensiva ci permette di evitare situazioni oggettivamente rischiose. Le abitudini, le ripetizioni, la routine, rendono le persone facilmente identificabili, vulnerabili e prevedibili. Altri atteggiamenti da sviluppare sono:

  • Osservare e monitorare.
  • Gestire la sfera territoriale.
  • Conoscere rituali che aumentano o riducono l’aggressività.
  • Individuare le fonti di pericolo e le vie di fuga.
  • Gestire i segnali di eccitamento e sottomissione.
  • Creare diversivi.

Ogni professionista che si occupa di difesa personale o comunque di sicurezza e ogni persona che si avvicina a tali settori deve necessariamente conoscere quali possono essere le alterazioni percettive e cognitive sotto stress acuto. Si parla proprio di CSR, Combat Stress Reaction che comporta, di fatto, non subire passivamente, le reazioni fisiologiche ed emotive scatenate da stress e paura.

Gli studi di settore e l’analisi statistica, evidenziano l’insorgenza di alcune reazioni tipiche in caso di combattimento sotto stress:

  • Udito ridotto.
  • Tunnel vision.
  • Sensazione di pilota automatico.
  • Percezione del tempo rallentato.
  • Alterazioni della memoria.
  • Dissociazione.
  • Suoni amplificati.
  • Paralisi temporanea.

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Da un punto di vista fisiologico, è di notevole rilevanza considerare come l’alterazione di alcuni parametri fisiologici (es. bpm), inficia la performance generale del soggetto. Ad esempio:

80 bpm – frequenza normale.
115 bpm – deterioramento delle abilità motorie fini.
145 bpm – deterioramento delle abilità motorie complesse.
175 bpm – deterioramento dei processi cognitivi , vasocostrizione, perdita della visione periferica, effetto tunnel , perdita della percezione profondità/distanza , esclusione uditiva.
oltre i 175 bpm: – reazioni irrazionali di attacco e fuga , paralisi, perdita del controllo di svinteri/vescica , attività motorie grossolane.

Questi sintomi/effetti sono specifici dello stress da combattimento e non compaiono affatto in
altre forme di stress, come per esempio nel combattimento sportivo o nello sport intenso!

Un settore molto importante, sicuramente da approfondire in ottica prevenzione e sicurezza è la stenografia percettiva che trae origine da alcuni studi condotti dal FBI circa il modo in cui, alcuni operatori, subiscono aggressioni, anche gravi.

Il nostro cervello è bombardato da miliardi di stimoli e per “economia” abbiamo la necessità di categorizzare e schematizzare ogni cosa. Spesso, compiamo però degli errori, anche nel modo in cui elaboriamo certe informazioni.

Si è appurato, ad esempio, che almeno il 60% degli aggrediti non si è accorto che stava avvenendo un’aggressione. Di contro, la stragrande maggioranza degli aggressori sostenevano che erano convinti di cogliere alla sprovvista i malcapitati. Compiamo quindi, sovente, azioni ingenue che ci “predispongono” a diventare vittime.

Uno studio degli anni ‘90 mise in evidenza che il 75% di operatori di polizia, che avevano subito aggressioni e ferite anche mortali, erano a circa 10 piedi dall’aggressore. Si parla, infatti, di Killing zone. Quali percezioni o distorsioni li hanno portati nella Killing zone?

Una volta elaborata l’informazione di “non pericolo”, mente e corpo diventano  più lenti. Cambiare rotta diventa così più faticoso!

Il fenomeno della stenografia percettiva si verifica, ad esempio, quando incontriamo persone conosciute o note e con persone che sino a quel momento hanno dimostrato certi atteggiamenti classificati come “innocui”. È naturale ma comunque errato “abbassare la guardia”. In tali errori cadono spesso anche le forze di polizia. Occorre, quindi, conservare sempre un atteggiamento di allerta, anche nei confronti di soggetti noti, poiché il comportamento umano ha sempre una percentuale di imprevedibilità.
Il combattimento che si vince realmente però è sempre quello che si riesce ad evitare!

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PRE-SENTIMENTO E PRE-COGNIZIONE (Capitolo di un mio saggio specialistico in fase di pubblicazione. Tutti i diritti riservati) …

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