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L’efficacia comunicativa nella Criminologia e nell’Investigazione

La comunicazione è un processo complesso e diventa uno strumento strategico in alcuni contesti particolari, quali quello criminologico e investigativo. Una formazione adeguata in comunicazione diventa una tappa fondamentale per ogni esperto, che sia poliziotto, avvocato, investigatore, tecnico forense.

Essere efficaci significa, in primis, ottenere “un risultato” e nella criminologia e nell’investigazione tale risultato potrebbe essere: un’informazione chiave, una testimonianza, una collaborazione, … Per essere efficaci non basta però conoscere il proprio mestiere. Conosco molti professionisti che, per quanto bravi, peccano ad esempio di empatia, di ascolto, di attenzione o magari non riescono a gestire il silenzio. Tali fattori, in verità, assumono il peso principale durante una qualsiasi indagine. Per utilizzare strategicamente la comunicazione occorre essere dotati di una buona intelligenza emotiva e relazionale; cosa non scontata …

Un processo comunicativo efficace dovrebbe partire sempre e comunque da un aspetto banale, l’attenzione,  che rappresenta, al contempo, il primo gradino di una piramide di 10 scalini:

  1. L’attenzione. Siamo distratti e facilmente distraibili, soprattutto nella comunicazione. La nostra soglia d’attenzione è molto bassa e spesso cadiamo in fraintendimenti. Occorre essere “centrati” sulla persona con cui stiamo conversando.
  2. L’ascolto. Ascoltare è un’attività consapevole. Dobbiamo decidere di ascoltare che è diverso dal sentire. Ascoltare è un atto volontario ed è così importante che il motto della famosa Unità di Negoziazione in caso di Presa di Ostaggi di New York è proprio “PARLA CON ME”. Significa, banalmente, che tu parli ed io ascolto …
  3. Il Rispecchiamento. Il mirroring diventa strategico, soprattutto nelle prima fasi di una conversazione. Significa “imitare” intelligentemente l’altro nel modo di esporsi, negli atteggiamenti, nella comunicazione non verbale. Il mirroring è un’attività complessa e delicata e rappresenta una “danza” dell’intero processo con l’altro.
  4.  La Prossemica. Dimentichiamo di essere  animali e la gestione delle distanze durante la comunicazione, a volte, fa la differenza. Conoscere la prossemica e gestirla anche a seconda delle persone con cui ci rapportiamo e a seconda del contesto, diventa tappa obbligata.
  5. L’Assertività. Esprimere il proprio punto di vista, la nostra opinione, le nostre emozioni è un’abilità umana rilevante. L’assertività deve essere però praticata strategicamente e diventa uno strumento efficace per ottenere ciò che desideriamo.
  6. La Persuasione. Essere persuasivi non significa “avere carattere”, come spesso qualcuno intende. Esistono delle “regole” precise per esercitare la persuasione. Alcune di queste regole sono insite nella natura umana, ma vanno esplicitate e rese consapevoli, in modo da poterle utilizzare con successo.
  7. La Comunicazione Non Verbale. Esiste un vocabolario complesso, un “universo parallelo” della comunicazione e conoscerlo e saperlo gestire è fondamentale. Occorre però fare molta attenzione anche al contesto culturale e alla personalità.
  8. La Cronemica. In pochi sanno che il tempo influisce sulla comunicazione. Chiaramente, non in senso atmosferico! Il tempo è una variabile “strana”, che è influenzata anche dalla cultura, ma non solo. Comprendere il senso del tempo durante una conversazione è un’altra tappa importante.
  9. Il Simbolismo. Gli atti comunicativi hanno un “senso” simbolico ed un impatto forte sulle persone. Conoscere e gestire strategicamente i simboli che trasferiamo con il nostro atteggiamento e i gesti è un’arte profonda e delicata, ma di grande efficacia.
  10. Lo Stress Management. Comunicare è un’attività stressante e comunicare in contesti peculiari, quali quello criminologico e investigativo, lo è ancora di più. Conoscere lo stress, le fasi dello stress e saperlo gestire è quanto mai auspicabile.

Oltre a questi 10 punti strategici per comunicare efficacemente, nel contesto criminologico e investigativo è anche molto importante conoscere e utilizzare le strategie di negoziazione. Anche la negoziazione è un’arte che richiede impegno, studio e applicazione.

 

 

 

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Self Talk e Prestazioni Sportive

“Parliamo, parliamo e non ci intendiamo mai” diceva Luigi Pirandello. La comunicazione è un’arte sicuramente complessa ed articolata. Ma cosa accade quando “parliamo con noi stessi”? Cosa ci raccontiamo? Utilizziamo termini positivi, potenzianti o etichette negative e sprezzanti?

Una delle caratteristiche umane universali è quella di “parlare con se stessi” ed è un’attività che effettuiamo, più volte al giorno, in modo più o meno consapevole. Se dovessimo indagare, ad esempio, sul tono di questa vocina interna, avremmo già alcune difficoltà e comunque, dovremmo concentrarci meglio per scoprirlo. In effetti, la vocina interna che contraddistingue questo nostro dialogo non è sempre la stessa e soprattutto, non dice sempre cose positive!

In generale, una parte dei nostri pensieri si traduce in linguaggio ed è altrettanto vero che lo stesso modo di comunicare e il contenuto di tale comunicazione possono influenzare il nostro pensiero. In molti contesti, da quello privato a quello lavorativo, sino a quello sportivo dovremmo essere consapevoli che esiste un’intelligenza diversa dalle altre e che ha un peso fondamentale nella nostra esistenza: l’intelligenza linguistica. In ambio sportivo, l’intelligenza linguistica può essere considerata anche come l’abilità dell’atleta di utilizzare un dialogo positivo con se stesso. Cosa significa?

Esistono svariate esperienze, anche personali, che dimostrano che il dialogo che rivolgiamo a noi stessi spesso si traduce in prestazioni disfunzionali o scarsi risultati. Esempi: “ … sarà impossibile raggiungerlo …”; “ … non riuscirò mai …”; “… mi sento troppo ansioso …”; … Questo primo esempio di comunicazione negativa con noi stessi determina un inevitabile insuccesso. E’ come se dicessimo che la profezia si auto-avvera. In un certo senso, la mente è letterale.

Un tipo di self-talk negativo, oltre a determinare un risultato negativo, compromette il raggiungimento degli obiettivi, decrementa l’attenzione e fa implementare la focalizzazione su stimoli irrilevanti o distraenti che, di conseguenza, generano anche preoccupazioni eccessive, stress, alterazioni dell’umore, confusione, panico. Un corretto self-talk è essenziale, dunque, nella preparazione di un qualsiasi atleta.

Ripetere a se stessi frasi positive, incoraggiamenti, brevi istruzioni, parole stimolo, ancoraggi, costituisce il nucleo centrale della tecnica del self-talk. Apparentemente semplice, la tecnica richiede un certo allenamento, costante e istruzioni precise. Il supporto di uno psicologo esperto diventa così fondamentale.

Occorre fare attenzione al tipo di comunicazione con noi stessi soprattutto quanto utilizziamo alcune frasi. Dire “non devo distrarmi” è differente dal dire “devo concentrarmi”. Il non dovrebbe essere, infatti, evitato. Il cervello lo elabora lentamente e prima di poter negare un pensiero, la mente stesse deve priva visualizzare tale pensiero. Provare per credere: “non immaginare un grosso elefante grigio con un canarino giallo sulla proboscide” …

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La tecnica del self-talk è utile per l’acquisizione di nuove abilità e per il miglioramento delle performance già sperimentate. Istruzioni semplici darebbero maggiori benefici per compiti sportivi caratterizzati da precisione e tecnica, mentre incoraggiamenti e frasi motivanti porterebbero miglioramenti se applicati su compiti che richiedono forza o resistenza.

Alcuni studi evidenziano che il self-talk è efficace sulla prestazione sportiva perché implementa la capacità attentiva dell’atleta. Egli, cioè, si concentrerebbe maggiormente verso stimoli positivi orientandosi maggiormente su parti essenziali dell’allenamento e della gara. Di conseguenza, vengono attivate le risorse giuste e indicate per condurre una ottimale prestazione sportiva.

Banalmente o meno banalmente, il dialogo interno positivo influenza anche l’autostima, la sicurezza e la self-efficacy (auto-efficacia). A parità di condizioni e caratteristiche, l’atleta che dialoga internamente con se stesso in modo positivo sarà più efficace. Questo, in realtà, accade anche in altri contesti. Il self-talk risulterebbe utile, di conseguenza, per ridurre l’ansia e per implementare reazioni emotive positive.

Che tipo di frasi strutturare? Alcune evidenze suggeriscono di utilizzare un linguaggio in seconda persona soprattutto per frasi brevi e concise. Suggerimenti più lunghi e affermazioni più articolate dovrebbero essere pronunciate in prima persona. Il linguaggio in seconda persona verrebbe maggiormente percepito con un senso di maggiore autorità e importanza.

Il self-talk svolge, dunque, due funzioni fondamentali: quella cognitiva e quella motivazionale. Da alcune ricerche, emerge che gli atleti utilizzano maggiormente un self-talk motivazionale, soprattutto per focalizzare meglio il compito e l’obiettivo, per aumentare l’autostima, per implementare la prontezza mentale e per gestire situazioni di maggior stress, difficoltose o dolorose.

In un interessante schema si evidenzia come il self-talk cognitivo venga usato soprattutto per sviluppare nuove abilità. Quello motivazionale, invece, soprattutto, per implementare la focalizzazione.

 

La tecnica del self-talk, quì illustrata brevemente, è solo una delle tante possibili applicazioni concernenti la psicologia applicata allo sport. Ad oggi, esiste un bagaglio ricco e articolato di conoscenze e competenze in materia che diventano essenziali e strategiche nel mondo sportivo odierno e utili ad ogni età.

 

 

Riferimenti:

 Hardy, K. Gammage, C. Hall. (2001). A descriptive study of athlete Self-Talk. The Sport Psychology, 2001.

Hatzigeorgiadis, Y. Theodorakis. (2009). Mechanisms underlying the self talk – performance relationship. Psy of Sport & Exercise, 2009.

Mirco Turco. (2013). Che cos’è la psicologia dello sport. Unione Italiana Sport per Tutti, Lecce.

Mirco Turco (2016). Che cos’è il Self Talk. Unione Italiana Sport per Tutti, Lecce.

Dobbiamo diventare il cambiamento che vogliamo vedere.

Comunicazione Non Verbale: un Dizionario davvero speciale.

La conoscenza della comunicazione non verbale può fornire un utile supporto al processo comunicativo, indipendentemente dal contesto. Essere percettivi significa essere capaci di individuare le contraddizioni tra il linguaggio orale e il linguaggio del corpo. Significa, al contempo, scovare le incoerenze e perché no, anche la menzogna. Sovente, si parla di Audience awareness.

Alcune regole di fondo andrebbero però sempre rispettate:

  1. Leggete i gesti nell’insieme.
  1. Attenzione alla coerenza.
  2. Leggere i gesti nel contesto.

Immaginate di aprire la porta del bagno di una casa che state visitando e di scoprire una donna nuda nella vasca: come reagirà alla vostra presenza?

Una donna britannica o americana si coprirebbe il seno con una mano e i genitali con l’altra; una svedese solo i genitali; una musulmana il volto, una di Sumatra le ginocchia e una della Samoa l’ombelico!

Durante un processo comunicativo occorre considerare anche alcuni fenomeni particolari che, sovente, possono essere un vantaggio/svantaggio. Almeno l’80% delle opinioni sull’altro, infatti, si formano durante i primi 4 minuti di conversazione. L’efficacia della comunicazione, inoltre, è ripartita tra il 55% dei movimenti del corpo, in primis espressioni facciali, il 38% vocale, ovvero volume, tono e ritmo e il restante 7% verbale. Tale ripartizione costituisce una verità assodata da tempo.

La mimica è sicuramente una parte importante nella CNV e non riguarda solo le espressioni del viso e le emozioni universali. Una parte della mimica si occupa, ad esempio, solo degli occhi e dello sguardo (pupillometria). La pupilla si dilata non solo a seconda della quantità della luce, ma anche a seconda dello stato emotivo.

Lo stesso Hess ha scoperto, ad esempio, che le pupille degli uomini e delle donne eterosessuali si dilatano quando vedono, rispettivamente, modelle o modelli e si contraggono quando notano una persona dello stesso sesso. Inoltre, l’aumento della dilatazione pupillare è correlato positivamente ad una attività di problem solving e che risulta massimo quando la persona giunge alla soluzione. Neonati e bambini hanno pupille più dilatate ed esse si dilatano maggiormente in presenza di un adulto, per risultare molto gradevoli e quindi per avere più attenzioni.

Lo sguardo risulta “rivelatore” grazie alla sclera e l’uomo è l’unico primato che la possiede. Essa è un vero ausilio comunicativo e consente di capire in quale direzione guardiamo, oltre ad essere correlata con lo stato emozionale. La donna possiede una sclera più grande e ciò potrebbe giustificare la maggior predisposizione femminile nel cogliere i sentimenti, rispetto all’uomo.

Un altro indicatore è l’occhiata a distanza. Un’occhiata a distanza è un atto usato sin dall’antichità come espressione di un saluto. È un gesto universale, tra l’altro, riscontrato anche nelle scimmie! L’unica cultura che non usa tale tipo di saluto è quella giapponese. Un’occhiata a distanza significherebbe: “riconosco la tua presenza e non rappresento una minaccia”.

Un altro “gesto” comune che si può notare è il battito delle palpebre.

È un altro segnale da tenere sotto controllo. Mediamente, battiamo le palpebre circa 8 volte al minuto e i nostri occhi rimangono chiusi per un decimo di secondo. Aumenteremo il battito quando ci sentiamo sotto pressione o anche quando diciamo una bugia. Inoltre, prolungare il battito palpebrale rappresenta un modo inconscio di escludere qualcuno davanti a noi, magari perché ci annoiamo o perché non di nostro gradimento!

Lo sguardo può essere utilizzato in tanti modi differenti. Se, ad esempio, desideriamo uno sguardo “ipnotico” e desideriamo anche “intimorire” qualcuno, ci converrà guardare al centro della fronte, tra gli occhi. Invece, guardare tra gli occhi e le labbra, durante una conversazione, può comportare un certo disagio nell’estraneo, a meno che non desideriamo creare intimità o comunicare intenzioni “romantiche”!

Tra gli altri atti non verbali distinguiamo:

 

Emblemi, ovvero atti non verbali condivisi da membri di un dato gruppo, cultura, classe:

  • Possono prendere il posto delle parole.
  • Sono consapevoli e intenzionali.
  • Sono elaborati dalle stesse aree cerebrali in cui viene prodotto il linguaggio.

 

Illustratori, collegati al discorso che si sta facendo:

  • Bacchette: accentuano ed enfatizzano.
  • Movimenti ideografici, che indicano la direzione del pensiero (es. muovere la mano davanti alla fronte per indicare uno stordimento).
  • Movimenti deittici: segnalano qualcosa o qualcuno (es. puntare il dito su persona o su un oggetto del nostro discorso).
  • Movimenti spaziali: descrivono una relazione spaziali.
  • Pantomime: indicano un’azione (es. portare le mani avanti per dire che abbiamo respinto qualcuno)
  • Movimenti pittografici: delineano la sagoma (es. quando descriviamo una persona in forma o sovrappeso).

Affect-display, movimenti dei muscoli facciali e corporei associati alle emozioni primarie.

Regolatori, gesti che mantengono e regolano l’alternarsi dei turni della conversazione:

  • Sono appresi in modo inconscio.
  • Segnali evidenti e meno evidenti (es. piede, gamba dx, sx).

Adattatori, utilizzati per soddisfare bisogni fisici o psichici (originariamente).

  • togliere un filo dalla giacca dell’interlocutore, pulirsi un lato della bocca, allontanare all’improvviso un bicchiere.
  • Gestione inconscia.

Il contatto fisico.

Il contatto fisico, durante un’interazione è fondamentale, sebbene sia fortemente influenzato dalla cultura di riferimento e dall’educazione. Gli uomini, percentualmente, utilizzano maggiormente il tatto rispetto alle donne, anche se si registrano numerose differenze a seconda dello status.

Secondo alcuni studi, la comunicazione tattile aumenterebbe la collaborazione, inoltre, creerebbe maggiore attivazione emotiva, empatia, sincerità, senso di appartenenza. Toccare lievemente uno sconosciuto creerebbe un legame minimo che predispone favorevolmente quest’ultimo verso di noi.

L’utilizzo strategico del tatto aumenterebbe il fascino, il tratto di dominanza, la determinazione e l’empatia.

La mano comunica molto. Gesticolare con il palmo verso l’alto, ad esempio, verrebbe codificato come un gesto non minaccioso. Il palmo verso il basso viene considerato, invece, come gesto autoritario. Attenzione anche al “dito puntato” mentre si gesticola.

La stretta di mano si è evoluta come segno per suggellare un accordo commerciale. Nell’antica Roma si usava la stretta all’avambraccio. Oggi, la stretta di mano è comune in tutto il mondo, anche in Giappone (inchino) e Thailandia (gesto preghiera). Si può distinguere, inoltre: la stretta del controllo, attraverso una presa al gomito, al braccio e alla spalla. Se non esiste un legame personale o emozionale con l’altra parte, usate solo la stretta di mano! Più è alta la stretta, sino alla spalla appunto, più la persona desidera controllare l’altro.

Nella comunicazione non verbale occorre fare molta attenzione ad altre variabili:

  • La personalità del soggetto.
  • L’ambiente in cui si svolge l’interazione.
  • Le circostanze dell’interazione.
  • La relazione con l’interlocutore.
  • Il clima emotivo dell’interazione.

Inoltre, sono molto importanti altri segnali: segnali d’ansia, di autoconforto, distraenti, fuga, fastidio, perplessità.

Segnali d’ansia:

  • Stropicciarsi le dita
  • Tremolio delle mani
  • Perdita del controllo della motilità fine
  • Sentire il bisogno di poggiarsi a qualcosa

Autoconforto:

  • Accarezzarsi
  • Abbracciare se stessi
  • Tenere stretto a se un oggetto
  • Accarezzamento di un lobo
  • Afferrare una mano con l’altra
  • Intrecciare le dita
  • Annodare i capelli

Distraenti e fuga:

  • Aggiustare gli accessori
  • Portare il sedere sul bordo della sedia
  • Orientare le gambe in direzione differente da quella del tronco
  • Avvolgere le gambe intorno alla sedia
  • Cambiare spesso posizione da seduti
  • Pestarci i piedi
  • Sollevare i talloni

Fastidio, perplessità:

  • Sfregarsi il naso
  • Sollevare la punta del naso
  • Grattarsi il naso
  • Togliersi qualcosa nella zona lacrimale
  • Spingere gli occhiali verso l’alto
  • Sollevare un sopracciglio con un dito
  • Grattarsi la fronte
  • Grattarsi la nuca
  • Grattarsi lo zigomo o la zona davanti all’orecchio
  • Spingere con il dito sotto il labbro inferiore
  • Togliersi ipotetiche briciole dall’angolo della bocca
  • Spingere la lingua contro le guance
  • Mordicchiare il labbro
  • Grattarsi con il dito o con una penna sotto il mento
  • Scalciare con la gamba accavallata è un modo per allontanare qualcosa
  • Sollevare il piede in segno di Stop
  • Portare un piede sotto la sedia

Possiamo identificare anche i gesti e le posture minacciose, come ad esempio:

  • Rimboccarsi le maniche
  • Tenere i pugni sui fianchi
  • Esibire simboli fallici
  • Stringere i pugni

Esistono, ancora, tantissimi segnali relazionali: Grooming: es. togliere un pelucchio di dosso all’altro, aggiustare il colletto, … Giocherellare con gli oggetti dell’altro. Comportamento speculare. Sincronia interattiva. Guardarsi le mani o le unghie è indice di noia. Appoggiare la testa sul pugno è un segnale relazionale di rifiuto.

Interessante anche la gestualità proveniente dalle braccia. Incrociare le braccia sembra in gesto innato. Le scimmie e gli scimpanzè lo usano quando temono in attacco. Alcuni studi evidenziano che quando ascoltiamo qualcuno e abbiamo le braccia incrociate, il nostro livello di apprendimento può drasticamente ridursi, inoltre, formuleremo giudizi più negativi sull’interlocutore. Se parlate ed incrociate le braccia, la vostra credibilità può ridursi sensibilmente. Anche in questo caso, forniamo un piccolo vocabolario:

  • Braccia al petto: nessuna intenzione di aprirsi né di lasciarsi avvicinare.
  • Braccia conserte e pugno chiuso: ostilità.
  • Braccia chiuse e presa delle braccia con le mani: insicurezza.
  • Braccia chiuse con pollici verso l’alto: chiusura ma stima di sé.
  • Tenersi un braccio mentre si sta in piedi, in situazioni di P.S. denota insicurezza, imbarazzo.
  • Negli uomini, si vede molto la posizione della «zip rotta». In tal caso, la persona teme degli attacchi frontali! A quanto pare, Hitler lo faceva per un senso di inadeguatezza sessuale!

Gestualità delle mani.

La mano umana ha 27 ossa ed è stato dimostrato che il cervello ha delle connessioni nervose con le mani come per ogni altra parte del corpo. I gesti con le mani ci rivelano anche informazioni sullo stato emozionale dell’altro. Gesticolare con le mani è un fatto culturale ma aiuta anche a comunicare e ricordare.

  • Sfregare i palmi: aspettative allettanti.
  • Le mani giunte: atteggiamento controllato.
  • Mani giunte in posizione centrale, quando seduti: chiusura, frustrazione.
  • Mani giunte a guglia: sicuro di avere le risposte giuste.
  • Mani giunte in posizione di preghiera: autocompiacimento, arroganza.
  • Appoggiare la testa sulle mani giunte: guardami!
  • Camminare con le mani dietro la schiena: posizione di potere, superiorità, sicurezza. Se provate questa posizione in situazioni di stress, potreste sentirvi più sicuri.
  • Mani dietro con presa del polso: frustrazione, autocontrollo. Più alta è la mano che afferra il braccio opposto, più frustrato e infuriato è il soggetto.

Gestualità con le gambe:

Battere o dondolare il piede denota il tentativo del cervello di scappare da un’esperienza. P. Ekman ha rilevato che le persone che mentono controllano poco la parte inferiore del corpo! Le punte dei piedi, sovente, indicano la direzione che preferiamo o «dove vogliamo andare». Mentre braccia e gambe incrociate, quando siamo in piedi, denotano spesso incertezza. Le gambe possono essere incrociate in modalità “europea” o femminile o in modalità a “quattro americano”, più maschile. Quest’ultimo modo denota anche un atteggiamento competitivo, dominante e polemico. Occorre considerare anche altre sottigliezze. Ad esempio, una persona che sta decidendo ha solitamente i piedi appoggiati a terra, mentre se incrocia le caviglie, potrebbe significare che si sta trattenendo (sentimento negativo, di incertezza, paura, …).

Come si desume, abbiamo quindi un vocabolario molto speciale e articolato. Indipendentemente dal contesto comunicativo e dalle persone, cercate sempre e comunque di affinare l’osservazione e di concentrarvi sul non verbale. Tra le parole e i gesti, affidatevi maggiormente a questi ultimi.

 

Il volto e il Sistema FACS

Il volto è la maggiore fonte di informazione. “Esso è direttamente collegato a quelle zone del cervello che intervengono nelle emozioni … Quando nasce un’emozione, i muscoli facciali si attivano in maniera automatica. È solo per abitudine o per scelta volontaria che impariamo a impedire queste espressioni, creando un modo più o meno efficace di nasconderle. L’espressione iniziale che si affaccia in concomitanza con l’emozione non è scelta deliberatamente, a meno che sia falsa. La mimica facciale è un sistema duplice, volontario e involontario, capace di mentire e di dire la verità, spesso contemporaneamente. È per questo che le espressioni del volto possono essere così complesse, ambigue e affascinanti” (Ekman P., 1989, pag. 64).

Il volto può mostrare, oltre all’emozione che si sta provando in uno specifico momento, anche la intensità o eventuale mescolanza e commistione con altre emozioni. Se le espressioni emotive sul volto possono essere palesi, almeno quelle principali, più difficoltà incontriamo per codificare e decodificare le microespressioni. Una microespressione, infatti, “passa sul viso” in meno di un quarto di secondo.

Al pari, degne di nota sono le espressioni soffocate: non appena un’espressione emerge sul viso, il soggetto sembra accorgersi di quello che rischia di manifestare e l’interrompe bruscamente. Se non si può ordinare a un muscolo un’espressione fittizia, allora sarà difficile anche inviargli un messaggio di “stop” per bloccarlo quando un’emozione autentica lo mette in azione. La fronte è la sede principale dei movimenti muscolari più difficili da falsificare. Inoltre, il sorriso è la copertura o maschera più comune.

Gli Occhi sono un altro elemento oggetto e soggetto di osservazione. Possono palesare attenzione, serenità, sorpresa, ecc. Esistono alcuni cambiamenti prodotti dai muscoli che circondano il globo oculare e che andrebbero osservati criticamente. Questi muscoli modificano la forma delle palpebre, la quantità di iride e di bianco visibile, l’impressone generale della zona occhi. Inoltre, è relativamente facile muoverli o inibirli.

Grande attenzione andrebbe data, inoltre, alla direzione dello sguardo ma occorre intelligente cautela nel considerare il cambiamento di direzione come indicatore di verità o menzogna.

L’ammiccamento può essere eseguito volontariamente, spesso, quando la situazione è tesa, ma è anche una risposta involontaria.

Le pupille si dilatano con l’emozione (non esistono vie nervose volontarie che permettono di riprodurre tale variazione, così come pallore, sudorazione, …). Anche la luminosità incide, ovviamente, sulla dilatazione pupillare.

Possono essere considerati indicatori di inganno: l’asimmetria, la scelta di tempo, la collocazione nella conversazione.

Nell’asimmetria le stesse azioni compaiono nelle due metà del viso, ma sono più intense in una che nell’altra. Non vanno confuse con le espressioni unilaterali.

Nella mimica volontaria/involontaria, infatti, entrano in gioco circuiti nervosi differenti. Gli emisferi cerebrali dirigono i movimenti volontari del viso, non quelli involontari che sono generati dai centri inferiori, più primitivi del cervello.

Se molte espressioni del viso sono asimmetriche è probabile che non siano sentite.

Le espressioni di lunga durata (>5’’) sono probabilmente false, a meno che non si tratti di esperienze limite (culmine estasi, rabbia furiosa, depressione, …).

La durata dell’espressione di pochi secondi indica, invece, autenticità. Ad esempio, se la sorpresa è autentica, tutti i tempi (attacco, stacco e durata totale) devono essere inferiori al secondo. Se la mimica dura più a lungo, si tratta di sorpresa finta.

Una determinata espressione emotiva deve essere coerente rispetto al flusso di un discorso, inoltre, espressioni del viso non sincrone sono probabili indizi di falso.

Il senso delle espressioni del viso si capisce bene da quanto riportato e dal filone di studi di Ekman[1].

“Le nostre esperienze ancestrali non ci hanno preparato ad essere astuti cacciatori di bugie. Coloro che hanno una migliore disposizione a cogliere le menzogne avrebbero avuto ben pochi vantaggi ai tempi dei nostri antenati, nei quali la promiscuità e la società chiusa e di piccole dimensioni conferivano alla menzogna dei costi sociali e personali molto alti. Nelle moderne società industrializzate le opportunità di ingannare sono tantissime e l’intimità è una facile conquista, perché ci sono molte porte chiuse. Quando un inganno viene rivelato, le conseguenze non sono poi così disastrose, visto che è sempre possibile cambiare città, lavoro, moglie: la nostra reputazione danneggiata non ci segue. Per questa ragione viviamo in un contesto che incoraggia la menzogna, dove è possibile nascondere l’evidenza e dove la necessità di sapersi difendere dagli inganni è molto alta. Tuttavia, non siamo stati preparati dalla nostra storia evolutiva ad essere sensibili agli indizi comportamentali che potrebbero rivelare una bugia.” [2]

Come esseri umani abbiamo quindi un naturale repertorio che può essere analizzato con una certa attenzione (Turco M., Lodeserto G., 2016).

Se la probabilità di distinguere la verità da una menzogna è pari a circa il 50%, la conoscenza di tecniche e metodi di analisi verbale e non verbale, aumenta di molto la nostra probabilità di “cogliere nel segno”.

Secondo Ekman osservatori addestrati a cogliere gli indizi presenti sul volto, sono in grado di individuare l’inganno con un 70% di accuratezza, che può arrivare fino al 100% se vengono tenuti in considerazione anche la gestualità e i movimenti del corpo. Tali conoscenze possono avere applicazione pratica ai fini delle investigazioni e quindi della Sicurezza? Secondo le ricerche disponibili sarebbe possibile capire anche se una persona è pericolosa o meno affidandosi alla sola osservazione. In America, ad esempio, il sistema Transportation Security Administration (TSA) è costituita da numerosi ufficiali addestrati a cogliere comportamenti sospetti o anomali tra i passeggeri. Questi esperti sono inclusi all’interno di un programma, chiamato Screening Passengers by Observation Technique (SPOT), in cui la metodologia impiegata per l’individuazione delle persone potenzialmente rischiose è l’osservazione.

Anche in Israele esistono persone altamente specializzate che si occupano di Sicurezza “solo” tramite lo strumento dell’osservazione, “inoltre, sarebbe fattibile un’analisi delle così dette “vitality forms”, che sono espressione dinamica del nostro “stato interno” (Teoria della Mente). Ogni componente del movimento, infatti, ha un suo tempo, una forza, una direzione, uno spazio. Osservando tali componenti, l’osservatore capirebbe lo stato mentale di chi compie l’azione”[3].

[1] Si legge in Ekman:“L’investigatore sa per certo che ha piazzato una bomba in una chiesa frequentata da neri, ma non sa in quale, e l’arrestato rifiuta di rispondere alle domande. Ma la sua microespressione di gioia quando sente il nome di una chiesa che il FBI sta per perquisire rivela che quello è un indirizzo sbagliato, mentre una microespressione di rabbia al nome di un’altra chiesa suggerisce che è lì che ha piazzato l’ordigno”.

Simile procedura è in uso in medio oriente per scoprire dove sono nascosti armi o ordigni esplosivi.

[2] Il Prof. Mark Frank dirige il Dipartimento universitario di Scienze comportamentali dell’Università di Buffalo (New York), è consulente di Scotland Yard e di molte altre unità investigative internazionali, oltre a far parte dell’Unità Comportamentale del FBI.

[3] Turco M., Lodeserto G. (2016). Visual Sentiment Analysis. Nuove prospettive per la Cybersecurity. In IISFA Memberbook, pag. 103 e segg. Forlì, 2016.

Le rapine mediante IPNOSI

Investigazione e Analisi in materia di Rapine mediante Ipnosi: riflessioni cliniche e forensi.  

“Una definizione di ipnosi non è semplice o, probabilmente, sarebbe alquanto pragmatico partire da ciò che non è ipnosi … “ (Turco, 2011). L’ipnosi non rappresenta un fenomeno suggestivo e non è neanche una semplice alterazione dello stato di coscienza. “È una forma elettiva di comunicazione profonda e autentica, attraverso la quale la persona accede più facilmente a parti di sé altrimenti sopite, taciute, strategicamente velate.”. (Turco, 2011). Da Braid, alle precisazioni psicosomatiche, da Freud a Fromm, da Erickson sino ai recenti contributi di neuropsicologia.

Lo stato ipnotico è una realtà neurofisiologica che non può essere ottenuta ne’ con l’immaginazione guidata ne’ tanto meno con la simulazione controllata. I dati raccolti derivano da osservazioni umane, strumentali indirette (EEG), e strumentali dirette (neuro- imaging, PET, risonanza magnetica, ecc.).

Così si esprime M. Erickson, il più grande ipnotista moderno: “In quei momenti le persone (…) tendono a fissare lo sguardo (…) possono chiudere gli occhi, immobilizzare il corpo, reprimere certi riflessi e sembrano momentaneamente dimentiche di tutto ciò che le circonda, sino a quando non abbiano completato la loro ricerca interiore” .

Durante una qualsiasi induzione ipnotica si assiste, in effetti, ad una serie di cambiamenti dei parametri fisiologici: respirazione, pulsazioni cardiache, conducibilità elettrica della pelle, ecc e si possono produrre con una certa frequenza alcuni fenomeni tipici: regressione; amnesia; analgesia; anestesia; comportamento automatico; dissociazione; catalessi; allucinazioni; ipermnesia; risposte ideomotorie e/o ideosensorie; distorsione del tempo.

In generale, in base alla “profondità della trance” si possono distinguere:

  • stati ipnoidi (pesantezza, rilassamento, chiusura delle palpebre);
  • trance leggera (catalessi);
  • trance media (amnesie, anestesie, …);
  • trance profonda (amnesia e anestesia completa, sonnambulismo, allucinazioni).

Le difficoltà che si possono riscontrare nell’applicare l’ipnosi possono essere svariate, ma sovente, sono legate al rapporto tra ipnotista e ipnotizzato. In genere, infatti, tutti siamo ipnotizzabili, pur se si registra una percentuale di soggetti resistenti.

Altre difficoltà sono legate alla personalità del soggetto che si intende ipnotizzare e/o all’eventuale presenza di psicopatologie conclamate di tipo psicotico ( pur se esistono ricerche sull’ipnosi applicata con soggetti schizofrenici). L’alterazione dovuta a sostanze psicotrope è, inoltre, quasi sempre incompatibile con la tecnica ipnotica.

L’Ipnosi Forense.

Il velo di mistero dell’ipnosi è spesso giustificato dalla scarsa conoscenza del fenomeno, dalla difficoltà degli studi e delle applicazioni nel settore specifico e da problematiche inerenti alla legislazione italiana. L’attuale Codice di Procedura Penale non contiene riferimenti espliciti all’utilizzazione dell’ipnosi come mezzo probatorio, pur se la dottrina prevalente appare fondamentalmente “contraria” all’uso dell’ipnosi nell’interrogatorio dell’imputato o del testimone: “Non possono essere utilizzati, neppure con il consenso della persona interessata, metodi o tecniche idonei ad influire sulla libertà di autodeterminazione ovvero ad alterare la capacità di ricordare o valutare i fatti”.

Negli anni e in altri Paesi dove l’ipnosi è consentita nell’ambito forense, è stata applicata per:

  • riconoscere eventuali simulazioni di malattie;
  • ottenere confessioni;
  • suscitare ricordi;
  • indagare sulla volontà criminosa;
  • diagnosticare la capacità di intendere e di volere;
  • terapie in criminologia e in vittimologia.

L’uso della testimonianza mediante ipnosi ha facilitato, nella stragrande maggioranza dei casi, l’ottenimento di informazioni difficilmente raggiungibili con il semplice interrogatorio.

Anche la Polizia Israeliana ha stabilito l’ammissibilità come prova processuale delle deposizioni rese in stato di ipnosi.

Rimane quasi scontato precisare che l’ipnosi può essere solo utilizzata da personale altamente esperto e qualificato.

Tecniche di Ipnosi.

Ipnosi Ericksoniana Mirco Turco

Da un punto di vista prettamente operativo è possibile utilizzare due principali tecniche ipnotiche e tale distinzione è rilevante soprattutto per fare chiarezza sul fenomeno delle rapine mediante ipnosi:

  • l’ipnosi eriksoniana, conosciuta anche come ipnosi “dolce”;
  • l ‘ipnosi dinamica, o “attiva”, che si rifà agli studi di Stefano Benemeglio.

L’Ipnosi Eriksoniana, si basa essenzialmente sul “sovraccaricare” l’emisfero sinistro attraverso “confusione” con l’intento di renderlo spettatore silenzioso. In tal modo, la razionalità cede progressivamente passo alla parte inconscia. Tale tecnica utilizza in modo magistrale il linguaggio, specie di tipo metaforico. L’approccio Eriksoniano con i paradossi, le metafore, la confusione ha come scopo principale quello di cambiare il quadro di riferimento percettivo e cognitivo riassociando e riorganizzando le risorse del cliente.

L’Ipnosi Dinamica è, invece, un modello di ipnosi basato soprattutto sull’uso di segnali non verbali. Si considerano indispensabili tutti gli stimoli che aumentano la tensione nel soggetto.

Una volta calibrato il carico emotivo si può “spendere” tale potenziale per la risoluzione di alcuni problemi o patologie o per superare alcuni limiti.

La sicurezza dell’ipnosi è sancita e nota ormai da tempo, addirittura dal 1958 quando il Council of Mental Health of the American Association approvò l’ipnosi come pratica sicura e priva di effetti collaterali data la sua intrinseca natura fisiologica. L’ipnosi non è controproducente, non crea dipendenza, né provoca alcun tipo di problematica fisiologica e/o emotiva (International Society of Hypnosis ). Non si può rimanere intrappolati in un “sonno ipnotico” così come molti temono né è possibile compiere atti contrari alla propria moralità.

Le rapine mediante ipnosi.

Il fenomeno delle rapine mediante ipnosi pone delle questioni sostanziali in termini di conoscenza dell’ipnosi stessa e delle sue tecniche e anche in termini di impatto sociale.

Alcuni articoli giornalistici e testate online hanno riportato in passato titoli simili ai seguenti:

“Rapina con ipnosi: mostra l’ anello magico e porta via 10 milioni; Rapina con ipnosi al supermercato; Dopo aver ipnotizzato un impiegato gli hanno richiesto la somma di 500 euro, e si sono fatti pure ricaricare il telefonino; …”.

Uno studio interessantissimo su tale fronte è quello presentato da alcuni studiosi dell’università di Milano e pubblicati su International Journal of Clinical and Experimental Hypnosis (Clerici et all, 2009). Lo studio raccoglie i casi segnalati soprattutto dalla stampa nell’arco di svariati anni.

Di recente, mi sono occupato di condurre un’indagine esplorativa sul fenomeno rapine mediante ipnosi in Puglia. Il campione di riferimento è minimo (N=100). Emerge, sostanzialmente, come le persone intervistate conoscano il fenomeno ipnosi ma non ne sanno dare effettivamente una definizione precisa.

Il 63% del campione pensa, inoltre, che le rapine mediante ipnosi, siamo fattibili e possibili e che sono legate anche e soprattutto a grandi abilità dell’ipnotizzatore.

Interessante notare che i soggetti vittima di presunte rapine mediante ipnosi o che hanno avuto una testimonianza indiretta si riferiscono soprattutto a modalità non verbali di comunicazione, ad uso eccessivo della prossemica e all’utilizzo di suoni, parole, rumori senza apparente significato.

Le vittime parlano, inoltre, di confusione o paura derivante dalla situazione subita.

Si è chiesto poi, al campione di riferimento, se era possibile compiere mediante ipnosi anche altri crimini. L’87% delle persone intervistate ha risposto affermativamente.

Altre statistiche in tale ambito mostrano che in Italia si registrano circa 4 casi all’anno di rapine, truffe o furti perpetrati utilizzando tecniche ipnotiche. Nel 75% dei casi denunciati, i malviventi sono due.

Una prima riflessione in merito a tale fenomeno è legato al vissuto emotivo e al sovraccarico cognitivo della vittima di una rapina. Infatti, non occorre parlare necessariamente di stato di ipnosi per riferirci a reazioni quali “paralisi” o “obbedienza al rapinatore”. Tali reazioni, atteggiamenti e comportamenti sono conseguenze plausibili di un qualsiasi evento fortemente stressogeno o frustrante. L’altra riflessione è legata ai meccanismi di protezione dell’autostima. In effetti, può capitare che per evitare di dire di essere stati raggirati o truffati possiamo difenderci attraverso altre giustificazioni di tipo “magico” o comunque straordinario.

Analizzando la letteratura di riferimento, le indagini esplorative, i filmati presenti, le testimonianze dirette e/o indirette possiamo comunque specificare che le rapine o truffe perpetrate utilizzano modalità e tecniche che riguardano anche l’ipnosi ma che non costituiscono e non rappresentano l’ipnosi.

Una di queste tecniche è quella della confusione e del sovraccarico cognitivo. In modo quasi matematico, non possiamo gestire più di un certo numero di informazioni contemporaneamente, superate le quali andiamo in stress e confusione. La ripetitività ritmica di alcuni gesti non verbali e l’uso di un tono della voce variabile rinforzerebbe tale confusione.

Un’altra modalità può essere quella della rottura dello schema. “Rompere” o destrutturare una sequenza normale di azioni che compiamo per fare un qualcosa, indurrebbe la persona bersaglio a confondersi e a ricercare in modo immediato una soluzione a tale dissonanza e stress. La vulnerabilità diventa l’esito di tali manovre che non possono essere confuse però con l’ipnosi.

L’altro punto è l’utilizzo di “segnali forti” (dalla fisionomia, ad un profumo intenso, alla presenza di simboli come un anello vistoso, barba lunga, …). In tal senso, anche il fattore culturale ha il suo peso e la sua rilevanza.

Conclusioni.

L’Ipnosi è un metodo terapeutico riconosciuto e verificato sperimentalmente da oltre un secolo. In Italia non è però ancora molto conosciuto e praticato nonostante l’efficacia in ambito psicologico-clinico e medico.

L’ Art. 613 del codice penale punisce “chiunque mediante suggestione ipnotica … ponga una persona … in stato di incapacità di intendere e di volere …”. L’ipnosi non è però suggestione.

L’ Art. 728 del codice penale parla di “… stato di narcosi o ipnotismo … che sopprima la coscienza o la volontà … se dal fatto deriva pericolo per l’incolumità della persona …”. L’ipnosi non sopprime la coscienza né tantomeno la volontà delle persone.

Interessante il dialogo professionale e amicale tra alcuni esperti del settore in Italia (G.Gulotta e C. Loriedo, 2010): “L’ipnosi può servire per convincere una ragazza a venire a cena con te?”.

Erickson diceva: “Sì, ma un Martini è meglio”. “Certo, un Martini è meglio … e senza Bacco si raffredda Venere …”.

Certamente l’ipnosi in ambito forense potrebbe trovare le sue pragmatiche applicazioni soprattutto in ambito vittimologico e nel settore della psicologia della testimonianza. Diversi sono, infatti, i contributi sull’utilizzo dell’ipnosi e la memoria, pur evidenziando la natura ricostruttiva e non riproduttiva della stessa. Probabilmente, le questioni dovrebbero maggiormente concentrarsi, ad esempio, sulle così dette domande suggestive. Tali domande alterano la capacità di ricordare.

Recuperare un’informazione, un dettaglio, un elemento anche molto importante è legato a diversi fattori e quindi, probabilmente, dovremmo anche approfondire gli studi sull’intelligenza linguistica e dunque sulla effettiva preparazione di chi per mestiere, pone domande ai fini della ricerca della o delle Verità.

L’intervista cognitiva che riscontra molto successo in termini di ottenimento di informazioni è considerata ugualmente metodica che interferisce con la qualità e la quantità del ricordo? M. Erickson era solito, da piccolo salire su un albero per imparare le poesie. Aveva, dunque, costruito tale associazione. Anche questo dovrebbe rappresentare un esempio di “alterazione”. Ovvio e indubbio però il vantaggio!

 

Bibliografia essenziale.

 

Clerici, C.A., Veneroni L. et all. (2009). “Robbery by Hypnosis” in Italy: A Psycho-Criminological Analysis of the Phenomenon Based on 20 Years of Newspaper Articles (1988-2007). International Journal of Clinical and Experimental Hypnosis.

Erickson M.(1982). Opere vol. I, II, III, IV. Astrolabio, Roma.

Gulotta G. e Loriedo C. (2010). Dialogo su questioni forensi e cliniche dell’Ipnosi. Convegno Crociera FIAP, 16-20 aprile 2010.

Gulotta G. (1980). Ipnosi. Aspetti psicologici, clinici, legali , criminologici. Giuffrè editore.

Provenzano A., Turco M. et all. (2012). Phacoemulsification in hypnotic analgesia. XVI KMSG International Congress – Nice – Hotel Nice Plaza, sabato 16 giugno 2012 nella sessione Cataract surgery & IOLs, Nice.

S.I.A.R.E.D. (2009). Ipnosi nella pratica clinica. Atti del Congresso S.I.A.R.E.D. – Ferrara 2009

Turco M. (2011). Ipnosi medica: aspetti neuropsicologici nell’ Analgesia e nell’ Anestesia ipnotica. Notiziario Ordine Psicologi Regione Puglia. N. 6, dic. 2011.

Turco M. (2012). Analgesia e Anestesia Ipnotica in Phacoemulsification. Notiziario Ordine Psicologi Regione Puglia, n. 9, dic. 2012.

La Negoziazione

La Negoziazione.

 

Quando ci troviamo a confrontarci con una persona difficile, il primo passo non è controllare il suo comportamento, ma il nostro.

La negoziazione può essere considerata come un metodo attraverso il quale le persone appianano le differenze. È un’arte, ma anche una scienza. È un’arte perché dipende dalla nostra creatività ed è una scienza perché è anche governata da tecniche e strategie.

Tali principi guida provengono dalla Squadra di negoziazione ostaggi del Dipartimento di Polizia di New York, nata nel 1973.

La negoziazione è un’attività che svolgiamo, in realtà, in diverse occasioni, da quelle più banali e quotidiane, a quelle più articolate che magari riguardano il nostro lavoro, come quando vogliamo richiedere un aumento di stipendio o un avanzamento di carriera. In ogni caso, la negoziazione dovrà essere considerata un processo attraverso il quale si raggiunge un accordo in maniera mutualmente soddisfacente. Occorre, infatti, abbandonare l’assunto superficiale che in una negoziazione occorra “vincere”. È importante, pertanto:

  • scindere le persone dal problema;
  • concentrarsi sugli interessi e non sulle posizioni;
  • generare opzioni soddisfacenti per tutte le parti.

Per negoziare bene occorre esercitare soprattutto tatto e rispetto. Tali elementi costituiscono gli strumenti principali perché ci aiuteranno ad identificare il problema e a trovare una connessione con l’altra parte. Possiamo adoperare la seguente prima schematizzazione:

  • Per risolvere un problema, occorre prima identificarlo.
  • Costruire relazioni è fondamentale nella negoziazione e la comunicazione ha una parte preponderante nel costruire relazioni.
  • Il contenuto è importante, ma dobbiamo anche fare attenzione alla componente emotiva.
  • Il rapporto comincia a svilupparsi quando la controparte comincia a sentirsi a proprio agio in nostra presenza.
  • Ovviamente, la comunicazione non è solo verbale.
  • Fate attenzione alla vostra faccia quando parlate con qualcuno, soprattutto durante una situazione critica.

Qualcuno asserisce che per negoziare bene occorre soprattutto essere degli abili oratori. In realtà, non è proprio questo il “trucco”. Se consideriamo il più elementare dei bisogni umani, comprenderemo la giusta prospettiva.

Vi è un esigenza universale dell’essere umano che è quello di capire e di essere capiti e il miglior modo per capire le persone è ascoltare. Non è un caso che il mantra della HNT (Negoziazione Presa Ostaggi) è «PARLA CON ME». Notate che non è «ascoltami», poiché vorrebbe dire che il negoziatore è l’unico a parlare.

L’ascolto è un’attività consapevole, mentre il sentire è un’attività automatica, accidentale e involontaria. La persona, infatti, decide consapevolmente di ascoltare qualcuno o meno. La regola della negoziazione è pertanto: 80% ascolto e 20% parlare. «Il trucco per fare in modo che ti trovino simpatico è semplicemente ascoltarli» sosteneva D. Carnegie e «L’inabilità dell’uomo nel comunicare deriva dalla sua incapacità di ascoltare davvero ciò che viene detto» affermava C. Rogers.

Un altro schema pragmatico in materia di negoziazione ci semplifica sicuramente le cose:

  1. Rapporto
  2. Identificare il problema
  3. Connessione
  4. Ascolto attivo

Per praticare la negoziazione occorre necessariamente avere ed implementare alcune abilità: occorre essere maturi, stabili emotivamente, occorre saper esercitare la compassione, parlare chiaramente, agire con diplomazia e possedere rapidità di pensiero.

La stabilità emotiva è un tratto personologico fondamentale per chi conduce negoziazioni. Non dobbiamo mai rispondere alla rabbia di qualcuno con la nostra rabbia e occorre considerare che ciascun negoziato è mosso sempre dalle emozioni. Occorre considerare poi che l’essere umano è un essere mosso dalle emozioni e non dalla logica! Ogni volta che i livelli emotivi sono alti e i livelli di razionalità bassi prendiamo delle pessime decisioni.

Occorre sapere che le emozioni tendono a dissiparsi naturalmente e che il ciclo vitale fisiologico di un’emozione nel corpo e nel cervello è di circa 90 secondi. Quindi, le sensazioni, l’adrenalina, il calore sul viso, la gola stretta, i battiti accelerati, compaiono, raggiungono l’apice e si dissolvono da soli in un minuto e mezzo e ciò che mantiene le emozioni attive oltre i 90 secondi sono solo le storie che ci raccontiamo.

Nella negoziazione dobbiamo, inoltre, considerare che ciò che noi pensiamo e crediamo non è necessariamente cosa condivisa e condivisibile. Ognuno di noi ha la sua mappa delmondo che non coincide necessariamente con quella altrui. Siamo chiamati, dunque, a ricordare, come precisa sempre lo stesso J. Cambria, che la nostra non è l’unica verità. Dobbiamo esplorare, discutere e capire le percezioni degli altri.

Lo schema da tener bene in mente è quindi:

  • Controllo delle emozioni
  • Niente di personale
  • Percezioni diverse
  • Pensiero unico

La negoziazione richiede del tempo. Oltre alla preparazione, il negoziatore deve essere creativo e seguire la giostra emotiva della persona in stato di crisi.

Ulteriore suggerimento è conosciuto come le 3 E e le 3 A:

  • Etica
  • Ego (sotto controllo)
  • Empatia
  • Attenzione
  • Atteggiamento
  • Aggiustamento

Occorre esercitare sempre e comunque l’empatia, poiché se ignorate le preoccupazioni normali, fisiologiche o assurde che possano essere di una persona, causerete una rottura della comunicazione. Occorre esplorare, quindi, le posizioni della controparte ed ogni problema va ascoltato e trattato con rispetto e dignità. Se non partite da tale prospettiva, rinunciate a negoziare!

Se proviamo un senso di superiorità all’apertura di un negoziato, allora abbiamo già preso una decisione, e nulla di ciò che il nostro interlocutore dirà, potrà penetrare nel nostro cervello. Fingendo di ascoltarlo, rifiuteremo di considerare i punti che sta sollevando. L’atteggiamento giudicante interrompe, infatti, la comunicazione.

L’HNT suggerisce alcuni step strategici, conosciuti con l’acronimo Morepies:

  1. Incoraggiatori minimi
  2. Domande aperte
  3. Rispecchiare
  4. Etichettatura emotiva
  5. Parafrasare
  6. Messaggio «IO»
  7. Pause efficaci
  8. Riassunto

Altri suggerimenti: non fermatevi a domande chiuse o con scelta forzata; attenzione alle domande che possono sembrare accusatorie (perché hai fatto una cosa del genere); cercate di creare pause intenzionali per esortare l’altro a parlare; il silenzio è un’arma efficace a volte; riassumete i punti discussi fino a quel momento.

La comunicazione può essere ostacolata da svariate trappole:

  • Assunti e preconcetti
  • Criticare mentalmente lo stile comunicativo dell’altro
  • Essere sovraeccitati
  • Ascoltare solo i fatti senza fare attenzione alle emozioni
  • Annotarsi tutto quanto
  • Interrompere la controparte
  • Reagire eccessivamente a certe parole
  • Sognare a occhi aperti
  • Distrarsi con cellulare o altro.

Da evitare, quindi:

  • MA : il ma nega tutto ciò che è stato detto precedentemente. Provate a mettere la parte negativa del messaggio per prima seguita da quella positiva.
  • La parola NO dovrebbe essere evitata. Il NO elimina ogni altra opzione. Evitate: no, non posso, non riesco, non voglio, …
  • Usate perché con cautela. Spesso, con un certo tono di voce, viene percepito accusatorio, soprattutto quando una persona è in situazione di crisi. Sostituiamo il «perché» con il «come» ed evitate frasi tipiche quali: “So esattamente come ti senti. Con tutto il dovuto rispetto”, …
  • Adoperate strategicamente l’umorismo. Fatelo però con cautela.
  • Non vi ponete come parte che da consigli e che giudica.

La negoziazione è, infatti, una forma di comunicazione specializzata costellata da infinite trappole. Siate sempre vigili, rimanete sintonizzati sugli altri. Fate attenzione agli atteggiamenti, alle frasi e alle parole. Fate attenzione alla vostra faccia e al tono di voce. «Potranno dimenticare cosa hai detto, ma non dimenticheranno come li hai fatti sentire.»

Il manuale di negoziazione suggerisce:

  1. Evitate di essere critici
  2. Evitate di dare consigli sulla base di esperienze personali
  3. Evitate di analizzare il soggetto
  4. Evitate di esprimere giudizi
  5. Rispettare l’autonomia delle persone
  6. Consultate sempre l’altro. L’accordo deve essere comune
  7. Mostrate gratitudine: riduce lo stress della negoziazione e rafforza una relazione
  8. Un negoziato non è uno scontro fra due parti, ma un processo in cui le parti lavorano insieme per trovare una soluzione.

Ultertiore approfondimento ci può essere fornito dall’approccio 6 P:

  1. Preparazione
  2. Pianificazione
  3. Psicologia
  4. Pratica
  5. Pazienza
  6. Persistenza

Le tecniche di negoziazione si apprendono e soprattutto devono essere praticate. Negoziare è un expertise e non solo un’esperienza. Una pratica sbagliata, infatti, ripetuta tante volte, è comunque sbagliata!

  • Negoziare significa saper ascoltare
  • Negoziare significa creare un ottimo rapport
  • Negoziare significa essere creativi

La negoziazione è soprattutto cooperazione. Negoziare significa anche «essere duro con i problemi e morbido con le persone» (Harvard University).

 

 


  • È interessante l’esempio seguente della Scuola di Negoziazione di Harvard: «Due sorelle litigavano per un’arancia. Una di loro riteneva di averne più diritto in quanto l’aveva presa per prima, invece l’altra argomentava che il diritto spettava a lei essendo la primogenita».

La madre, nel tentare una soluzione imparziale, offrì di tagliare il frutto a metà: le bambine rifiutarono fermamente e non accettarono la soluzione proposta, continuando a litigare! La nonna, che osservava attenta la scena, decise di chiedere a ognuna delle bambine perché volevano l’arancia.

La più piccola rispose che aveva sete e l’altra che voleva la buccia per preparare una torta perché aveva fame.

Così la nonna grattugiò la buccia dell’intera arancia e la offrì ad una delle nipoti, spremette la polpa dell’intera arancia e la offrì all’altra.

Come vediamo, se la soluzione fosse stata impostata sulla base delle posizioni iniziali delle bambine, le diverse possibilità sarebbero state:

  1. aggiudicare l’arancia alla sorella maggiore
  2. aggiudicare l’arancia alla sorella minore
  3. dividere l’arancia a metà

Nessuna di queste soluzioni sarebbe stata in grado di soddisfare gli interessi delle sorelle. Gli accordi negoziati si basano sulla possibilità di rinforzare gli interessi comuni, transigere gli interessi opposti e raggiungere la maggior soddisfazione possibile riguardo gli interessi differenti.

  • Noi ascoltiamo 125-250 parole al minuto. Pensiamo a 1000-3000 parole al minuto. Il 75% de tempo siamo distratti. Generalmente, dopo aver ascoltato, ricordiamo il 50% di ciò che è stato detto, ma anche meno! Un’ora dopo, ricordiamo meno del 20%.
  • Interessante l’esempio raccontato da J. Cambria in Parliamone: “Due uomini si trovano in un bar e finiscono per parlare di Green Bay, Wiisconsin.

Il primo dice: «è davvero un bel posto»

Il secondo risponde: «cosa c’è di bello in quel posto? Le uniche due cose che vengono da lì sono i Packers, la squadra di football e delle baldracche repellenti»

«… aspetta un minuto, brutto stronzo» dice l’altro. «Mia moglie viene da Green Bay»

«Davvero? In che ruolo gioca?»”

  • Si legge ancora in Parliamone: “… un uomo stava riempiendo un secchio di stelle marine che erano state sbattute sulla spiaggia dal vento. Ogni volta che il secchio si riempiva, l’uomo andava a riva e lo svuotava. Poi, ritornava a fare la stessa cosa e di nuovo a riempire il secchio.

Ma cosa fai? Chiese un passante.

Riporto le stelle marine in mare, rispose.

Perché, è una cosa di scarsa importanza ora.

L’uomo lo guardò e rispose: «è importante per le stelle marine.»


  • Il presente capitolo farà parte del testo CRIMINAL, in fase di pubblicazione. Tutti i diritti sono riservati.
  • Per una trattazione specialistica in termini di Negoziazione cfr. Parliamone. Jack Cambria, ROI Edizioni, 2019. Il testo rappresenta una testimonianza interessante e pragmatica di uno specialista della negoziazione – Squadra di negoziazione ostaggi del Dipartimento di Polizia di New York, istituita nel 1973

 

Come trattare gli altri e farseli amici

Se insegnate qualcosa a qualcuno, non l’imparerà mai. L’apprendimento è un processo attivo. Solo facendo si impara.

La gente non accetta critiche sul proprio modo di comportarsi, per quanto sbagliato possa essere. Trattando con la gente, ricordiamoci che abbiamo a che fare con creature governate non dalla logica, ma dalle passioni!

Queste premesse strategiche ci vengono fornite da D. CARNEGIE, che continua a “dispensare” consigli pratici quando occorre interagire intelligentemente con gli altri. Egli, infatti, suggerisce ancora:

Interessatevi sinceramente alle persone, Sorridete, Ricordatevi che per una persona, il suo nome è il suono più importante, Siate buoni ascoltatori, Parlate di quello che interessa agli altri, Date importanza all’altro, Non dire mai “lei ha torto”, Mostrarvi amichevoli, Vedete le cose dal punto di vista altri, Siate comprensivi, Parlate dei vostri errori prima di parlare di quelli altrui, Date agli altri l’impressione che siano stati loro ad avere l’idea giusta e poi … Il modo migliore per avere la meglio in una discussione consiste nell’evitarla.

Che cosa significa Assertività

L’assertività è la capacità di esprimere le proprie opinioni, i propri pensieri, i sentimenti, senza porsi sulla difensiva, in modo chiaro e aperto. Assertività è la capacità anche di avanzare richieste e di rifiutare, di contro, ciò che riteniamo inaccettabile.

Solitamente, dietro il fatto di essere poco assertivi, vi è il timore di un rifiuto, ovvero il NO …

L’assertività è un’abilità che concerne i rapporti interpersonali quindi,  ma può essere implementata con la pratica. Come vera e propria skill è collegata anche alle abilità persuasive, ma sopratutto alla capacità di osservazione e di ascolto.

Ascoltare è un’attività consapevole, differente dal sentire. Per ascoltare qualcuno o qualcosa occorre decidere di farlo. È l’abilità fondamentale da esercitare in qualsiasi contesto comunicativo ed è la più strategica. In pochi però sanno che, oltre ad essere direttamente connessa con l’assertività, comprende:

1.Orientamento all’ascolto

2. Capacità di concentrazione

3. Orientamento al feedback

4. Empatia

5. Capacità di programmare la comunicazione

7 punti per una Comunicazione Efficace

Comunicare è un processo complesso e articolato. Non sempre è facile intendersi con gli altri o banalmente, andare d’accordo, neanche quando conosciamo la persona o supponiamo di conoscerla! Comunicare è arte difficile e per essere efficaci occorre considerare una serie di fattori e dinamiche non solo razionali, ma anche e soprattutto inconsce. Non è un caso che, ad esempio, almeno il 90% dell’efficacia comunicativa “risieda” nel Non Verbale (mimica, pantomimica, prossemica, cinesica, cronemica).


Per essere efficaci e anche persuasivi occorre tener conto di alcuni punti fondamentali. Tali punti rappresentano una vera “scaletta” operativa e diventano, dunque, fondamentali durante un qualsiasi processo comunicativo.

1. L’attenzione: per comunicare efficacemente occorre essere, banalmente, attenti. Mi riferisco però, soprattutto, ad un’attenzione orientata, un’attenzione verso l’altro. Purtroppo siamo sbadati o poniamo poca attenzione durante la comunicazione e perdiamo parte delle informazioni, inoltre, risulteremo all’altro distratti o disinteressati. Quando parliamo con qualcuno, dobbiamo assumere una formamentis specifica: “sto parlando con la persona più importante della mia vita in questo momento”. Solo in questo modo, presteremo la giusta attenzione!

2. Ascolto attivo: stiamo impegnati, spesso, ad ascoltare noi stessi o pensiamo a programmare ciò che diremo, senza ascoltare effettivamente ciò che comunica l’altro è soprattutto come lo comunica. Occorre, in realtà, “sentire” l’altro, attraverso una predisposizione alla comprensione empatica. Per chi avesse difficoltà nell’ ascolto, consiglio un po’ di “ecolalia”, ovvero ripetizione mentale delle parole dell’altro. L’ascolto attivo è legato all’attenzione, alla capacità di programmare la comunicazione, all’empatia.


3. Assertività: capacità di comunicare concetti e stati d’animo senza remore o timori, ovviamente senza ledere l’altro. Significa esprimere ciò che pensiamo o proviamo quindi in una data situazione o momento. Sembra strano, ma occorre esercitarsi, poiché per svariate ragioni, ansie o timori, non sempre “diciamo la nostra”!

4. CNV: occorre essere competenti in ambito comunicazione non verbale e linguaggio del corpo. Il tono di voce, lo sguardo, la postura, la gestione delle distanze e dello spazio sono solo macroaree della CNV. Consiglio a tutti di perfezionare tale repertorio universale e di approfondire anche le espressioni emotive del viso. La verità, in fondo, passa sempre dal corpo!

5. PNL: programmazione neuro linguistica. È una specifica branca della comunicazione che contiene concetti e tecniche utili e strategiche. Può essere considerata anche una vera formamentis, un modo di lettura del mondo circostante. Per chi volesse approfondire, esistono tanti corsi ormai in giro …

6. Simbolismo: quando comunichiamo, oltre a gesticolare, esponiamo inconsciamente anche dei simboli. Sono simboli molto potenti e non è un caso che vengono usati anche nell’ipnosi dinamica. Attraverso l’uso e la gestione dei simboli, possiamo risultare più “attraenti” durante la conversazione o, al contrario, meno incisivi e più conflittuali. Solitamente, si parla di simbolismo Asta, Cerchio, Triangolo. Tale ambito merita un approfondimento specifico!


7. Persuasione: per essere persuasivi non basta essere motivati, ovvero mossi da uno scopo, da un obiettivo. La persuasione è un’arte raffinata che non deve “risultare”manipolazione. In realtà, la differenza, a mio avviso, è nell’etica della persona! Esistono diversi principi sul processo persuasivo, che se esercitati con armonia, risultano davvero decisivi nella comunicazione. Reciprocità, simpatia, riprova sociale, autorità, coerenza, scarsità sono i principi della persuasione. Consiglio un approfondimento con le opere di Cialdini.

Ipnosi a Distanza

Durante gli anni ’20 e ’30 il fisiologo Vasiliev, dell’Università di Leningrado, condusse svariati esperimenti, effettuando induzioni ipnotiche a distanza!
I soggetti bersaglio erano, sovente, chiusi e isolati in delle stanze schermate. Tali studi, insieme a quelli condotti presso la Duke University, ad opera di J.B. Rhine, sono tra i migliori ad avere prodotto dati convincenti.


Il libro di Vasiliev, Experiments in Mental Suggestion, pubblicato in Inghilterra nel 1963 e ripubblicato nel 2002, riassume quarant’anni di studi nel campo dell’uomo di presso l’Istituto per la Ricerca sul Cervello di Leningrado.
Le ricerche sovietiche si sono anche concentrate sull’induzione del dolore e sulle manipolazioni del comportamento a distanza. Vasiliev fornì all’occidente la prima prova che né la distanza, né la schermatura elettromagnetica, riducevano l’accuratezza o l’affidabilità del funzionamento medianico.

Le ricerche sui fenomeni in questione furono sovvenzionate dal governo sovietico intorno agli anni ’60, ma dopo il libro di Vasiliev, il chimico Dean, del Newark College of Engineering, mostrò in modo decisivo, che il sistema nervoso autonomo di soggetti in laboratorio, rispondeva direttamente ai pensieri di una persona a distanza.

William Braud, dell’Institute of Transpersonal Psychology di Palo Alto, lavorando per oltre trent’anni su tali fenomeni, afferma che molti esperimenti sono ripetibili. Inoltre, sostiene che è possibile influenzare a distanza i pensieri, le immagini, le sensazioni, i comportamenti e le attività fisiologiche di altre persone e altri organismi viventi, anche quando esistono grandi distanze!

To Be Continued …

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