Categoria: Minori

Ipnosi e Sindrome di Silver Russell: un caso magico.

La sindrome di Silver Russell (SSR) è una malattia genetica caratterizzata principalmente da un ritardo di crescita pre e post-natale, associato a peculiari caratteristiche del volto. In taluni casi, si riscontra anche asimmetria corporea.
Secondo i dati disponibili, maschi e femmine sono affetti in egual misura.

Le cause sono di natura genetica e il denominatore comune sembra essere uno sbilanciamento nell’espressione di geni necessari per la regolazione della crescita.
Tale sbilanciamento è determinato da un fenomeno denominato imprinting genomico. Tra il 35 ed il 50% dei casi la SSR è causata da anomalie dei geni, localizzati a livello del braccio corto del cromosoma 11 (11p5).
Nel 40% circa delle persone con SSR non si riesce ad individuare una causa genetica. E’ possibile che siano in causa alterazioni dell’imprinting di geni che non appartengono né al cromosoma 7 né al cromosoma 11.
Di solito non è possibile la diagnosi prenatale in quanto la maggior parte dei casi è sporadica.

La caratteristica principale dei bambini affetti da SSR è lo scarso accrescimento corporeo. Alla nascita, sia il peso che l’altezza sono molto inferiori alla norma e tale rallentamento della crescita persiste anche successivamente.
In realtà, lo scarso accrescimento riguarda soprattutto il peso. Inoltre, non coinvolge il capo: la circonferenza cranica, infatti, accresce normalmente. Per tale motivo il capo sembra sproporzionatamente voluminoso.
La fronte è larga e prominente, contrasta con il viso triangolare e piccolo, con il mento piccolo e appuntito, la bocca larga con labbra sottili e angoli rivolti verso il basso, gli occhi grandi e le sclere blu.
Nel 60-80% dei casi è stata osservata asimmetria degli arti, di solito parziale ma non progressiva. Sono comuni la brachidattilia (dita più corte del normale) e la clinodattilia del V dito (mignolo ricurvato).
Lo sviluppo motorio, generalmente, è rallentato e in alcuni casi si può riscontrare un deficit cognitivo.
Non esiste un trattamento specifico per tale malattia, tuttavia, i bambini affetti da SRS possono essere trattati con ormone della crescita (GH).

Il problema più rilevante però, è la gestione dell’alimentazione, poiché i bambini manifestano scarso appetito e problemi gastrointestinali, come reflusso gastroesofageo e/o vomito ricorrente.
L’obiettivo principale della gestione dei primi anni è fornire, quindi, un adeguato supporto nutrizionale e calorico.
A tal proposito, in un bambino affetto da SSR è stato attuata una terapia ipnotica, consistente in sei sedute da due ore circa, con il primario obiettivo di implementare la nutrizione e quindi il peso.

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 Il bambino, 5 anni, figlio unico, mostra normale socievolezza, attenzione e concentrazione nel gioco libero e in quello guidato. Ricerca, inoltre, molto il contatto fisico e la vicinanza. Si evidenzia una difficoltà nelle espressioni emotive del viso, ad eccezione della gioia. Manifesta, inoltre, un ritardo significativo nel linguaggio e nella comunicazione.
 È stato nutrito, prevalentemente, con l’ausilio di sondino e cannule.
 I genitori palesano molta ansia a causa della situazione e manifestano, a tratti, una comunicazione discordante. Il bambino è assistito, prevalentemente, da una terza figura, una tata. L’ambiente dove vive il bambino è comunque confortevole e non si registrano altre anomalie significative.

L’approccio ipnotico è stato orientato gradualmente, attraverso il gioco libero. Il bambino ha mostrato, da subito, interesse e coinvolgimento. Ha palesato, già durante la prima sessione, rilassamento e sonnolenza con una riduzione della motilità. Le sedute successive hanno avuto la stessa durata e sono state arricchite da stimoli e condizionamenti legati al cibo e al gusto.
Già dalla terza sessione di ipnosi, il bambino mostra maggior interesse verso il cibo e un comportamento di esplorazione più motivato. Durante le sessioni, mangia tranquillamente e in autonomia alcuni pezzi di pane.
A distanza di una settimana, il bambino ha abbandonato la nutrizione con i vari sondini e si avvicina in modo più normale al cibo su una tavola bandita riccamente.
Per rinforzare il nuovo apprendimento, è stato coinvolto in attività semplici di cucina, come preparare un dolce, apparecchiare tavola, assaggiare e valutare una pietanza.

L’aspetto “magico” di questa storia clinica non riguarda l’efficacia dell’ipnosi, su cui, non nutro, ovviamente, dubbi, ma sulla constatazione che il lavoro ipnotico, nella sua complessità, “funziona” anche indipendentemente dalla lingua e dalla cultura. Il bambino in questione, infatti, è straniero!

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Insegnanti: 6 cose e mezzo da ricordare.

Insegnanti: 6 cose e mezzo da ricordare …

psicologia e minori Mirco Turco
Se avessi seguito la mia naturale vocazione? Se avessi dato ascolto ai miei interessi? Se avessi avuto fiducia nel mio istinto? Se avessi avuto una giusta guida? Se mi avessero consigliato diversamente? Bhe’ … potremmo continuare all’infinito, senza avere, in realtà, alcuna risposta esaustiva.
Il ruolo delicato degli Insegnanti è anche questo. Individuare inclinazioni, predisposizioni, talenti e soprattutto stimolare, dare esempio, fornire motivazione, ispirazione, dare fiducia.

1. Insegnate un interesse. Le persone sono estremamente più soddisfatte in un corso di studio o lavoro che corrisponda alla loro inclinazione personale. Le persone che hanno trovato un corso di studi o un lavoro corrispondente ai loro interessi sono anche generalmente più soddisfatte della vita. Rendono, inoltre, meglio! Sebbene gli interessi possano essere un qualcosa di squisitamente personale, essi si scoprono solo parzialmente con l’introspezione. Si scoprono, in realtà, attraverso le interazioni con il mondo esterno. Senza sperimentazione è impossibile capire quali interessi siano destinati a durare e quali no. Gli interessi devono anche incontrare il sostegno da parte degli adulti significativi: genitori, insegnanti, compagni, allenatori, … Lo sviluppo di un interesse, quindi, richiede del tempo. Insegnate la pazienza.

2. Oltre ad “insegnare” un interesse, occorre alimentare una passione. Le persone animate da una forte passione si applicano molto più a lungo delle altre e sono spinte verso il miglioramento continuo. Kaizen è il termine giapponese per indicare la resistenza contro il rischio di arenarsi, una volta raggiunto il plateau della curva di apprendimento. Insegnate la passione e non il sacrificio!

Dobbiamo diventare il cambiamento che vogliamo vedere.
3. Occorre, inoltre, prospettarsi degli obiettivi, via, via, crescenti e dedicare più tempo a quelle aree di “debolezza” o di miglioramento. A volte, la routine è fondamentale quando si tratta di fare cose difficili. Programmare la giornata, dunque, non è poi cosa tanto negativa. Insegnate a visualizzare dettagliatamente gli obiettivi. Più chiari e definiti sono, meglio è. La mente ha bisogno di direzioni!

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4. In questa non facile corsa verso l’obiettivo, sarà normale incappare in errori. Ciò è quasi obbligatorio. Quindi, insegnate anche a sbagliare. Quando si compiono errori, l’insegnante, il genitore, l’ Istruttore, non dovrebbero perdere mai la calma. Anzi, all’inizio, dovrebbero incappare anche loro stessi in errori, sorridendo ed esclamando … hnnn, mi sono sbagliato! Sgridare, urlare o lanciare occhiatacce potrebbe far sperimentare la vergogna e la vergogna non serve a migliorare le cose.

5. Insegnate la speranza. La speranza che anima le persone appassionate e determinate non ha niente a che fare con la buona sorte. “Sento che domani andrà meglio” è tutt’altra cosa da “Ho intenzione di migliorare il domani”. L’ottimismo può essere appreso. Lavorare per edificare l’ottimismo è altra tappa importante. Gli ottimisti sono meno esposti a depressione e ansia, hanno migliori voti a scuola e all’ università e raramente interrompono gli studi. Da adulti, godono di migliore salute, hanno una più lunga aspettativa di vita e sono generalmente più soddisfatti delle loro relazioni.

dimmi come cammini e ti dirò chi sei mirco turco
6. Infine, insegnate la sana competizione, che non significa ostacolare gli altri, alimentando la cultura del nemico e non significa ingannare o essere furbi. Significa, “sforzarsi insieme” …

Per finire, cari insegnanti, vorrei fare un’ultima “mezza” considerazione: ponete la giusta distanza con i genitori, un saggio spazio di paziente osservazione, dialogo, ascolto, diplomazia e determinazione in cui essi stessi comprendano, grazie a voi, il loro reale ruolo e anche il giusto posto …

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Ipnosi e bambini

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IPNOSI E BAMBINI

La terapia ipnotica con i bambini non è differente da quella con gli adulti ma, di certo, è il modo di somministrarla che ovviamente cambia!

Il bambino ha una generale curiosità verso il nuovo, è un esploratore instancabile e desidera fare sempre nuove esperienze. La sua predisposizione a nuovi apprendimenti lo rende un “buon soggetto ipnotico”.

Il chirurgo che dice al bambino di 4 anni “… adesso questo non ti fa male, non è vero?”, sbaglia già da subito. Diverso è dire “… adesso questo potrebbe farti male, ma credo che tu possa fermare un bel po’ del male, forse anche tutto …”. In questo secondo caso siamo davanti ad una frase “ipnotica”! “… può darsi che tra poco il dolore svanisca, tra un minuto o due” è un altro esempio suggestivo.

In sostanza, con il bambino, difficilmente useremo una tecnica formale o ritualizzata di ipnosi. Egli ha una grande capacità eidetica, una naturale fame di imparare e una necessità di partecipare alle diverse attività di finzione, imitazione e immaginazione.

La tecnica ipnotica, ovviamente, va spiegata in primis ai genitori come una strategia naturale e non artificiosa, come una comunicazione ecologica   e quindi non invasiva.

Luca, un bambino di 7 anni, soffre di emicrania (lato dx). Giunge con la madre che spiega genericamente la situazione e tutti gli esami clinici  effettuati che escludono possibili patologie rilevanti da un punto di vista medico. La mia attenzione è focalizzata sul bambino, per creare, da subito, rapport, anche con un “gioco di faccine” o comunque tramite mirroring (rispecchiamento). Faccio parlare poi Luca del “suo mal di testa”. Prontamente reagisce e interagisce, mostrando, ovviamente, predisposizione all’immaginazione. Insieme, con tecniche ipnotiche conversazionali, “costruiamo” un supereroe, Mister x, che da quel momento, sarà sempre al suo fianco (dx) e interverrà, con le sue armi magiche, all’occorrenza.

… il dolore viene immaginato da Luca come una nuvoletta grigia che si avvicina ed entra nella sua testa ma ora, con Mister x, quella nuvoletta “sarà cacciata via e ridotta a pezzettini bianchi, spazzati via e allontanati dal potere del vento”.

Con due sedute ipnotiche l’emicrania di Luca è scomparsa. I genitori hanno appreso che il dolore non ha solo cause organiche!

Giulia, una ragazzina di 9 anni, ha subito un intervento al braccio dx e  lamenta, a distanza di diversi mesi, un dolore ancora forte alla ferita. Appassionata di trucco e profumi, costruisce con la sua fervida immaginazione una “crema curativa”, con proprietà anestetiche, rinfrescanti e rigeneranti! Da quel momento gestirà meglio il dolore che sin dalle prime sedute, si trasforma in un leggero fastidio!

Ricordo ancora un bambino che piangeva sulla spiaggia. La madre non riusciva a calmarlo. Mi avvicinai abbassandomi alla sua altezza con un bicchiere di plastica vuoto … “continua a piangere, lentamente e fallo finché il bicchiere sarà pieno delle tue preziose e giuste lacrime … anzi, forse me ne serviranno 20,25, forse 30 o di meno … mi serviranno per costruire un grande castello di sabbia lì, vicino alla riva, vedi?

Il bambino terminò di piangere istantaneamente e … fece ovviamente il castello insieme a me!
Nell’ipnosi, come nella comunicazione in generale, con i bambini, così come con gli adulti, occorre sempre partire dal grande e naturale bisogno di essere compresi …

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L’ascolto del minore: dal setting protetto all’applicazione delle neuroscienze investigative.

Quando un bambino manifesta dei disagi non si dovrebbe perdere troppo tempo con le indagini del suo inconscio. Bisognerebbe cominciare le indagini altrove …”. Niente influenza maggiormente i bambini degli atteggiamenti manifesti e dei retroscena dei genitori1. Tale assunto, sicuramente condivisibile, trova però ovvie limitazioni quando il minore “incontra” il sistema giudiziario.

Gli incisi introduttivi si “scontrano” anche, al contempo, con l’evidenza che il minore deve necessariamente confrontarsi con altri attori che, volenti o dolenti, si trovano a condividere stessi spazi, stessi tempi e medesimi scenari.

Un protagonista fondamentale ed essenziale spesso è il consulente esperto in psicologia e/o criminologia che, oltre ad un bagaglio tecnico scientifico, può e deve spesso offrire anche e soprattutto una sua disponibilità emotiva e affettiva o quella che Kohut chiamava “empatia scientifica”.

La consulenza tecnica e la perizia in materia di abuso sessuale dovrebbero essere affidate a professionisti formati in modo specialistico e in costante aggiornamento. Nella raccolta delle informazioni e nella successiva valutazione del minore, l’esperto, inoltre, deve considerare due punti imprescindibili:

  1. Utilizzare metodi e metodologie riconosciute dalla Comunità Scientifica.

  2. Rendere esaustivi ed espliciti i modelli teorici di riferimento, allo scopo di favorire una lettura critica dei risultati.

L’esperto è chiamato ad esprimere “giudizi” di natura psicologica, soprattutto considerando la fase evolutiva del minore. Infatti, l’audizione del minore non riguarda l’accertamento dei fatti sotto il versante giudiziario2. Egli, pertanto, dovrà analizzare:

  • Le funzioni psichiche del minore.

  • Percezione, memoria, pensiero.

  • Affetti ed emozioni.

  • Relazioni.

  • Eventuale presenza di psicopatologie.

  • Capacità di distinguere il vero dal falso, la realtà dalla fantasia.

  • Suggestionabilità.

  • Tendenza a fantasticare o confabulare.

Appare evidente, che il famoso buon senso junghiano, non è sufficiente!

Si tratti di abuso o di altre vicissitudini, occorre considerare che possono esistere meccanismi consci e inconsci che spingono lo stesso minore a dichiarare fatti e/o realtà che non sempre sono corrispondenti al reale: menzogne di fantasia, pseudomenzogne, fraintendimenti, falsi ricordi, persuasioni esterne, ecc.

Grande importanza riveste, quindi, la preparazione scientifica dell’esperto, oltre, ovviamente, alle sue capacità di relazionarsi con un minore (cosa non scontata). Ad onor del vero, andrebbe anche ribadito che il ruolo dell’esperto non è terapeutico ma “processuale”.

In prima istanza, chi si occupa di un minore dovrebbe rispettare alcune semplici linee guida, al fine di preservare ulteriore stress e traumatizzazione allo stesso3.

Gli orari, i tempi e i luoghi devono preservare, il più possibile, la serenità del minore e lo stesso deve essere informato sui suoi diritti. Il minore deve liberamente essere sereno nell’esprimere opinioni, esigenza e preoccupazioni, quindi, occorre evitare domande che possano compromettere la stessa spontaneità delle dichiarazioni, nonché la genuinità e sincerità delle risposte.

Sarebbe opportuno non richiedere le stesse cose al minore per evitare possibili “ripensamenti”. L’atteggiamento emotivo neutro dell’esperto sarebbe auspicabile al fine di evitare rinforzi positivi o negativi, anche sul piano non verbale. Quindi, evitare domande suggestive che possano, in svariato modo, inquinare la memoria del minore. A tal fine, si palesa che la memoria non è riproduttiva ma ricostruttiva.

Dopo aver valutato alcuni aspetti cognitivi, emotivi del minore, l’apertura di un’intervista dovrebbe cominciare con domande generiche, al fine di favorire un possibile racconto libero del minore. Iniziare un’intervista ponendo subito domande dirette sui fatti accaduti è sconsigliato4.

E’ ovvio che la pazienza è d’obbligo: il bambino, oltre alla sua mappa del mondo, ha i suoi tempi e i processi cognitivi ed emotivi non sono quelli di un adulto. Soffermarsi anche sui silenzi, sulle pause e su discorsi o frasi che possono apparire anche irrilevanti è essenziale per garantire la buona riuscita dell’ascolto.

Parlare lo stesso linguaggio del minore è fondamentale. Occorre evitare termini complessi e tecnicismi, poiché inducono il minore alla non risposta o a risposte forzate ma non veritiere. Utilizzare, di fatto, frasi brevi e concise5.

In riferimento a situazioni di abuso, ad oggi, va considerato che non esisterebbero evidenti indicatori correlati a sintomi o comportamenti manifestati dalla presunta vittima. Si parla, infatti, di indicatori aspecifici che, in ogni caso, vanno valutati parallelamente alle altre informazioni relative al caso, all’ambiente scolastico, familiare, sociale dello stesso minore6. Esistono, inoltre, atteggiamenti e comportamenti sessualizzati del minore, anche molto piccolo, che ricadono nella “norma”.

L’incarico di valutare il minore, sia in sede di perizia o di incidente probatorio non può essere effettuato da chi già conosce, a vario titolo, il minore. E’ obbligatorio, inoltre, ascoltare chi ha già interrogato il minore prima dell’audizione ufficiale, sempre al fine di preservare l’autenticità, la correttezza delle procedure e quindi l’attendibilità.

La testimonianza di un minore e in genere la testimonianza, non è argomento semplice su un piano scientifico, tanto meno lo può essere sul piano applicativo.

Al di sotto dei 12 anni, infatti, le capacità mnemoniche dei minori sono più deboli di quelle degli adulti. Il bambino piccolo si muove ancora all’interno di un sistema di attaccamento e quindi, è disposto naturalmente a modificare i dati della realtà percettiva pur di garantirsi la vicinanza di una figura accudente. Da considerare che le funzioni meta-cognitive sono poi in evoluzione e progressivamente, si ha anche l’intrusione di altre variabili di confusione, come ad esempio, le informazioni post-evento e contestuali che, di fatto, possono deformare l’attendibilità della testimonianza del minore7.

Il contenuto di un ricordo testimoniale deve essere considerato “come qualcosa che non può mai essere pura riproduzione fotografica di un fatto obiettivo, ma è sempre il prodotto di una molteplicità di coefficienti …”8. È chiara però, al contempo, la responsabilità di chi interroga il minore, poiché il minore stesso può rendere testimonianze attendibili.

Probabilmente, la prima indagine sulla suggestionabilità infantile ha avuto luogo in Francia nel 1784, quando il governo francese formò una commissione per investigare su Franz Anton Mesmer che curava le malattie fisiche degli adulti e dei bambini attraverso la suggestione esercitata e il convincimento.

La suggestionabilità di un minore non si limita solo a tratti personologici o ad assetti cognitivi ed emotivi ma riguarda anche aspetti motivazionali e di contesto. Il minore, soprattutto se piccolo, si limita ad accettare spesso ciò che viene detto dall’adulto, perché lo considera superiore e credibile. L’interrelazione tra fattori cognitivi e sociali è di fatto pericolosa in tal senso. Ne deriva che una suggestione del fattore sociale può diventare anche accettata sul piano cognitivo e quindi “inserita” nella memoria stessa. Non a caso, elementi della memoria semantica possono “passare” nella memoria episodica, sino a casi particolari ma possibili di traslazioni inconsce.

Ritornando al punto di partenza, occorre valutare bene le competenze di base di un minore testimone e adottare, in modo protetto, le tecniche e le procedure scientifiche che più mostrano validità e attendibilità. “La suggestionabilità è il peccato della memoria più facile da evitare: basta sapere cosa non fare”. Così si esprimeva Schacter.

Un setting di un ascolto del minore, ascolto protetto, dovrebbe rispettare alcuni canoni. Sarebbe opportuna una camera con specchio unidirezionale o un circuito televisivo e di videoregistrazione. Un minore andrebbe poi ascoltato con una certa flessibilità, procedendo ad un’accoglienza intelligente ed empatica, favorendo la protezione del mondo interno del minore a seconda della sua età de delle esigenze.

Alla luce delle moderne neuroscienze e della validità di alcuni strumenti utili ad “indagare” sulle varie comunicazioni, confessioni e testimonianze (es. Intervista Cognitiva; Protocollo NICHD; …)9 , non si può non fare riferimento oggi al sistema FACS, Facial Action Coding System.

Secondo la teoria Darwininana “la capacità dell’uomo e dell’animale di esprimere alcune emozioni è geneticamente predisposta. Studi condotti nella maggior parte delle popolazioni mondiali hanno dimostrato che l’uomo esprime sentimenti come la paura, la rabbia, la gioia, il disgusto, il disprezzo, la tristezza e la sorpresa nello stesso modo in tutto il globo”.

Da molti anni il ricercatore Paul Ekman studia sia la codifica (cioè la trascrizione di ogni unità motoria di azione muscolare coinvolta nell’espressione dell’emozione) che la decodifica (ossia l’interpretazione delle unità di azioni coinvolte) delle emozioni sul volto umano10.

Le espressioni possono essere manifestate in modo volontario o involontario. Molti autori si sono concentrati proprio sullo studio della via volontaria ed hanno spiegato come questa si associ sostanzialmente al “mentire”. Un’espressione spontanea, infatti, può essere soltanto involontaria e coinvolgere simmetricamente muscoli ben precisi, con una durata che va da poche frazioni di secondo a qualche secondo.

L’analisi FACS parte dalla scomposizione dell’espressione nelle AU (action unit) che hanno prodotto il movimento, attraverso una microanalisi di filmati.

Grazie al FACS si possono identificare le “microespressioni”, ossia espressioni ultra rapide, della durata di meno di 1/5 di secondo, utilissime poichè rivelatrici di ciò che la persona cerca, in un contesto specifico, di nascondere all’interlocutore.

Non è un caso che lo studio affascinante delle microespressioni di Ekman, abbia interessato anche gli istituti di sicurezza nazionale, come FBI e CIA.

Nello specifico si ribadisce che il viso può essere considerato un sistema duplice, un territorio intermedio, dove volontario e involontario si incontrano e una persona può volontariamente esprimere un sentimento falso ma non può nasconderne uno autentico.

Identificare le microespressioni aprirebbe strade molto importanti per la comprensione della psiche umana pur se al contempo, incontrerebbe alcune polemiche probabili legate al concetto di libertà di autodeterminazione dell’individuo, così come sancito dalla legislazione italiana.

Gli studi di Ekman furono ripresi dalla dottoressa Harriet Oster che li applicò ai neonati e ai bambini: Baby FACS. In tal senso, esistono solo alcune piccole differenze nelle codifiche e decodifiche e alcune difficoltà di fondo legate alla percentuale di massa grassa e/o alla assenza di rughe, oltre a difficoltà di osservazione di alcuni movimenti sopraccigliari.

In ogni caso, il Baby FACS risulterebbe strumento strategico da affiancare ad altri metodi e metodologie nelle differenti situazioni di ascolto che vedono come nucleo centrale il minore. Appare alquanto ovvio, oltremodo, ricordare che il concetto di menzogna o banalmente bugia, segue tappe “evolutive” particolari nel minore.

Se da un lato il sistema FACS non va assolutamente considerato come strumento rilevatore esclusivo della menzogna, esso comunque mira a fornire un “indizio” sulla attendibilità o non attendibilità delle dichiarazioni11.

Riferirsi agli elementi paralinguistici e non verbali in generale sarebbe alquanto strategico in sede di valutazione del risultato probatorio. Il giudice, quindi, pur rifacendosi al proprio acume soggettivo, potrebbe di fatto anche affidarsi ai risultati o indici derivanti dalle applicazioni scientifiche, lasciando, al contempo, impregiudicata la libertà morale dell’individuo12.

In questa ricerca affannosa verso la Verità e la Giustizia, al di là di metodi e procedure scientifiche, di buon senso e di maniere garbate, di sensibilità o fiuto investigativo, non dovremmo mai scordare di proteggere il minore da ulteriore disagio, stress, trauma, preservando al massimo il suo equilibrio, se pur precario. Questo dovrebbe essere considerato un obbligo morale e scientifico di ogni professionista coinvolto.

Tanti disagi infantili sono piuttosto sintomi di uno stato psichico genitoriale o di altri adulti per lui “significativi” che di fatto, avrebbero dovuto proteggerlo, progressivamente, fornendo una base sicura e difendendo la sua saggia ingenuità. Ma questo, è un altro discorso.

  1. Jung, C.G. (1979). Psicologia e Educazione. Boringhieri ed.
  2.  Biscione M.C., Calabrese C., Scali, M. (2003). La tutela del minore: le tecniche di ascolto. Carocci ed.
  3.  Cavedon, A., Calzolari, M.G. (2001). Come si esamina un testimone. Giuffrè ed.
  4.  Dettore D., Fuligni, C. (2008). L’abuso sessuale sui minori. McGraw-Hill ed.
  5.  Gulotta G. (2005). Tecniche di ascolto e intervista strutturata. La psicologia della testimonianza. Scuola di Polizia GAI, Brescia.
  6.  SINPIA (2007). Linee guida in tema di abuso sui minori. Erickson ed.
  7.  Caso, L., Vrij A. (2009). L’interrogatorio giudiziario e l’intervista investigativa. Il Mulino ed.
  8.  De Leo, G. Patrizi, P. (2002). Psicologia giuridica. Il Mulino ed.
  9. Turco, M. (2014). Tecniche di interrogatorio e Rilevazione della menzogna. Criminal Profiling Training Course. Forensics Group, Zivac Group. Bucarest –RO.
  10.  P. Ekman, W.V. Friesen (2007). Giù la maschera: come riconoscere le emozioni dall’espressione del viso. Giunti ed.
  11.  Jelovcich M.(2014). Il Facial Action Coding System: pseudoscienza o metodo affidabile per accertare l’attendibilità del contributo dichiarativo? Diritto Penale Contemporaneo, 2014.
  12.  De Cataldo N.L. (2007). La prova scientifica nel processo penale. Cedam ed.

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